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:: IMMAGINARIO

...è tutto quello che forma le nostre idee, il nostro modo di leggere il mondo, di rapportarci ad esso e agli altri. L'immaginario in cui siamo immersi è formato da tante cose: cinema, libri, tv, fumetti, pubblicità, sport e naturalmente ciò che
accade nel mondo. E ancora, lo sviluppo tecnologico, i computer, Internet e tutto ciò che ci fa comunicare con il mondo.

La nostra cultura è fatta di “immagini” che provengono da tutto ciò e che diventano importanti anche senza accorgercene: sono “fantasmi semiotici” in cui si racchiude il significato di quello che è la nostra società, una società che si sostiene anche con l’immateriale delle idee e dei concetti.

IMMAGINA UNA BIBLIOTECA

Sto leggendo: Per ora nulla,
Ultimi libri letti: Boh, chi si ricorda...

Autori e libri preferiti: Philip Dick (UBIK, MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE, LE TRE STIMMATE DI PALMER ELDRITCH, UN'OSCURO SCRUTARE, I SIMULACRI, L'UOMO NELL'ALTO CASTELLO, SCORRETE LACRIME DISSE IL POLIZIOTTO, LABIRINTO DI MORTE, L'ANDROIDE ABRAMO LINCOLN, NOI MARZIANI, CRONACHE DEL DOPOBOMBA, LA TRILOGIA DI VALIS), J.R.R. Tolkien (IL SIGNORE DEGLI ANELLI), William Gibson (NEUROMANTE, AMERICAN ACROPOLIS, LA NOTTE CHE BRUCIAMMO CHROME), J.G. Ballard (CRASH, IL MONDO SOMMERSO, LA MOSTRA DELLE ATROCITA', IL CONDOMINIO, L'IMPERO DEL SOLE), Bruce Sterling (LA MATRICE SPEZZATA, CAOS USA, LO SPIRITO DEI TEMPI, FUOCO SACRO), Haruki Murakami (DANCE DANCE DANCE), Luhter Blisset/Wu Ming (Q, HAVANA GLAM, 54, ASCE DI GUERRA, MANITUANA), Don DeLillo (UNDERWORLD, MAO II, AMERICANA, COSMOPOLIS), David Foster Wallace (INFINITE JEST), Jack Kerouac (SULLA STRADA), Joe R. Lansdale (RUMBLE TUMBLE, MANEGGIARE CON CURA, IN FONDO ALLA PALUDE, ECHI PERDUTI, LA SOTTILE LINEA SCURA), Chuck Palahniuk (SURVIVOR, SOFFOCARE), Kurt Vonnegut (MATTATOIO N. 5, LA COLAZIONE DEI CAMPIONI, LE SIRENE DI TITANO), Edward Bunker (COME UNA BESTIA FEROCE, CANE MANGIA CANE, LITTLE BOY BLUE, EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA), Matt Ruff (ACQUA, LUCE E GAS), Valerio Evangelisti (Eymerich vari, METALLO URLANTE, ANTRACITE), Niccolò Ammaniti (TI PRENDO E TI PORTO VIA), Girolamo De Michele (TRE UOMINI PARADOSSALI, SCIROCCO), Philip Roth (PASTORALE AMERICANA, IL COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA), Giuseppe Genna (DIES IRAE, NEL NOME DI ISHMAEL), Robert A. Heinlein (UNIVERSO, STRANIERO IN TERRA STRANIERA) e poi Italo Calvino (SE UNA NOTTE DI INVERNO UN VIAGGIATORE, LE CITTA' INVISIBILI, LE COSMICOMICHE), John Fante (CHIEDI ALLA POLVERE, LA CONFRATERNITA DELL'UVA), Walter Tevis (LA REGINA DEGLI SCACCHI), “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, i racconti di E.A. Poe, Isaac Asimov, Johnatan Coe, Nick Hornby, Carlo Lucarelli, Umberto Eco, Daniel Pennac, Stefano Benni, Neil Gaiman, Charles Bukowski e ancora...

IMMAGINA UN CINEMA

Film preferiti: In ordine sparso, tutto Kubrick (su tutti ARANCIA MECCANICA, 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO e FULL METAL JACKET), BLADE RUNNER, tutto Tarantino (PULP FICTION e KILL BILL vol.1 in particolare, ma anche LE IENE), MATRIX, 1997 FUGA DA NEW YORK, THE BLUES BROTHERS, i film di David Cronenberg (EXISTENZ, LA MOSCA, VIDEODROME, IL PASTO NUDO, CRASH), STAR WARS, ALIEN e ALIENS, APOCALIPSE NOW, LA 25a ORA (e altri film di Spike Lee), IL SIGNORE DEGLI ANELLI, METROPOLIS, TRUMAN SHOW, FIGHT CLUB, NATURAL BORN KILLERS, i film di Park Chan Wook (OLD BOY, LADY VENDETTA, MR. VENDETTA), i film di Woody Allen (MANHATTAN, IO E ANNIE, MATCH POINT, IL DITTATORE DELLO STATO LIBERO DI BANANAS, PROVACI ANCORA SAM) i film di Jim Jarmusch (GHOST DOG, DEAD MAN, DAUNBAILO'), L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE, BRAZIL, ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND, MULHOLLAND DRIVE, SIN CITY, V PER VENDETTA, e poi una spruzzata di Hitchcock, di Scorsese, dei fratelli Coen (IL GRANDE LEBOWSKI, BARTON FINK, FARGO)

IN TV E DA ALTRE PARTI

I SIMPSON, X-FILES, FUTURAMA, la Roma, il ciclismo, la mia città (Roma), i fumetti DISNEY (Carl Barks e Don Rosa), la fantascienza, Neon Genesis Evangelion, Report, Gli album di Marco Paolini, i programmi di Radio Due, i fumetti di Frank Miller (Sin City), di Jean Giraud, alias Moebius, di Enki Bilal, Sandman (di Neil Gaiman)


[martedì, 11 ottobre 2005]
-------------------------------------------------------------------------------------- Un chiodo

Un urlo incredibile vibra nell’aria. Un urlo che devi immaginare perché è impossibile per me riprodurlo. Un urlo affilato come un chiodo, di quelli grossi da carpentiere, che ti viene piantato in un orecchio, prima piano, appena appoggiato ma già ne senti la pressione, senti che il metallo è freddo e cattivo, che non ha anima. È solo metallo. E allora il chiodo comincia a spingere contro il tuo timpano e nemmeno di accorgi quando lo buca, ma lo sai che l’ha bucata quella sottile membrana perché è come se oltre al chiodo ti avessero ficcato dentro l’orecchio un batuffolo di cotone, perché la sensazione che provi nell’ascoltare la voce che ti è affianco è di lontananza, di una consistenza quasi fantasmatica.
Solo un rivolo di sangue inizia a colare giù, lo senti caldo sul tuo lobo e allora si accende qualche interruttore nel tuo cervello, uno in più per ogni goccia che sgorga fuori e scorre giù lungo la tua guancia fino al collo, e cominci a pensare che stavolta non ce la farai, che non può andare sempre bene, e che hai finito tutte le carte buone. E pensi anche che sei un coglione, che stavolta hai rischiato troppo, che non dovevi accettare quel lavoro ma, cazzo, ti servivano quei soldi, e poi ne hai affrontate pure di peggio.
Si accende anche l’interruttore del sudore freddo e del delirio, e cominci a urlare. Ora urli davvero perché hai capito cosa sta per succedere o, meglio, lo sapevi già ma ora sai che accade, in questo momento, istante dopo istante, attimo dopo attimo. È un film al rallentatore, questo, in cui puoi vedere fotogramma per fotogramma ogni singolo particolare, e se vuoi puoi anche mandare avanti veloce, tanto sai come andrà a finire, non arriveranno i buoni a salvarti, perché non ci sono buoni in questa storia che ti sto raccontando.
Ogni briciolo di consapevolezza in più corrisponde ad un qualche messaggio che viaggia lungo le sinapsi che collegano i neuroni del tuo cervello, che stanno impazzendo di scariche elettriche perché loro lo hanno capito un nanosecondo prima di te che cosa sta per accadere. E questi impulsi elettrici che a me piace pensare come il morse punto linea punto punto linea, e chissà che cazzo ho detto, mettono insieme qualcosa di compiuto, informazioni, dati, bit, che dicono solo una cosa, una cosa irrazionale, senza senso alcuno. Ti dicono che devi urlare anche se sai che non c’è nessuno che possa ascoltarti ma non è un grido di aiuto quello; è un grido di guerra, è l’ultimo respiro che forse potrai esalare e allora lo rendi più grosso e più potente che puoi, proprio nel momento in cui, anche se non la vedi, senti una goccia del tuo sangue che ha terminato il suo percorso in uno splash su quel pavimento sporco e ti spiace un po' per quel fluido vitale sprecato così, pensi che è un peccato. Forse è perfino per quello che tiri fuori dai tuoi polmoni fino all’ultima particella d’aria.
Allora continua ad immaginare questo urlo, che fra poco capirai di che si tratta. Un chiodo, grosso di quelli da carpentiere, immaginalo bene perché quella è la forma della paura. Immagina le goccioline di sudore che imperlano la tua fronte quando hai il chiodo appoggiato nel condotto auricolare. Immagina il ghigno di chi tiene in mano il chiodo. Immagina che ora, al posto mio, ci sia tu legato su quella sedia e in balia della bramosia omicida di un pazzo deciso ad avere l'ennesimo orgasmo nel vedere il sangue che schizza via dall'orecchio insieme ad un po' di gelatina grigia. Ecco, allora che cazzo stai facendo ancora lì e perché non vieni a tirarmi fuori brutto bastardo, grandissimo figlio di puttana? Perché non te ne frega niente, vero? E te ne resti stravaccato in poltrona a guardare questo reality show, che purtroppo è reale per davvero. Io volevo solo un po' di notorietà, ed ora ho il 90% dello share tutto per me. Chissà se è un bene. Mandate a letto i bambini, quello che state per vedere potrebbe impressionarli. Accendete i videoregistratori.

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[lunedì, 04 luglio 2005]
-------------------------------------------------------------------------------------- La mente altrove

Stamattina mi sono svegliato, sono uscito di casa e ho respirato qualcosa di diverso. L’aria non aveva quel sottile aroma di benzene, piombo e polvere sottili a cui chi vive in una grande città proprio non potrebbe mai rinunciare. Sentivo gli uccellini, c’era un profumo di fiori, sottili raggi di luce di spandevano tutt’intorno… ma forse stavo sognando.
Infatti poco dopo mi sono svegliato di nuovo, agitato, preda degli incubi (perché un sogno così evidentemente è un incubo, la premessa a qualche tragedia cosmica, come in ogni buon film dell’orrore che si rispetti) con la testa come se fosse stata sbattuta in un frullatore, chiusa ermeticamente e ripetutamente costretta a fare giro-giro-tondo, come su una giostra. Ma senza cavalli, però, perché il cavallo ero io. Neanche mi ricordo quella mora  fantastica che mi sono portato a letto. Dio, ieri sera dovevo bere di meno. Tre martini sopra a quelle quattro o cinque birre, per non parlare di quel vino che andava giù che era una bellezza, forse era un po’ troppo. Cazzo, sto a pezzi, e non so nemmeno come e dove vada infilato quest’affare qui, che mi sono ritrovato in mano ma proprio non so a cosa mi serva. Ah, quello era il mio uccello. È un riflesso automatico: apri gli occhi, erezione, sega mattutina. Da più di 20 anni, ogni mattina, e si sa che le tradizioni vanno rispettate. Solo che a volte mi ritrovo un po’ spaesato, come quando bevo tre martini, quattro o cinque birre e bevo un sacco di vino che va giù che è una bellezza.
Acquistata un po’ di lucidità in più, quella sufficiente a capire a cosa ci si fa con quel coso, finisco le mie mansioni mattutine, e mi alzo dal letto. Solo che mica è facile ricordarsi la parte giusta da cui scendere. Quale piede va poggiato a terra prima? Alzarsi col piede sbagliato manda a puttane l’intera giornata, soprattutto quando non si ha un cazzo da fare e la decisione più importante da prendere è se mettere i calzini blu o quelli grigi. L’umore con cui ci si alza è fondamentale, soprattutto se la serata è finita bene, come credo sia andata, a meno che non abbia cominciato a russare prima di gettarmi dall’armadio vestito da Bat-man. La cosa, tra l’altro, spiegherebbe anche perché non l’ho ritrovata nel letto stamattina: mi sa che non ci è entrata proprio, nel mio letto. E io non sono entrato da nessuna parte, mi pare chiaro. Ecco perché non ricordavo a cosa serve quel coso: non ha fatto neanche lo sforzo di aiutarmi a star sveglio, lo stronzo. Vatti a fidare degli amici.
Comunque, dicevo, l’umore con cui ci si esce dal letto la mattina è fondamentale, ancora di più se ci si è dimenticati come si scopa, la sera prima. Basta, metto giù il primo piede che riesco a connettere a quella polpetta gelatinosa che è il mio cervello e non ci penso più, e che poi l’altro, se è invidioso, che si venga pure a lamentare.
Non devo stare tanto bene però, se una volta sceso dal letto mi ritrovo infilato in un cannone. Nella bocca di un cannone. No, non è un cannone, ma è l’enorme bocca della canna di una pistola, una di quelle che si vedono nei film western, anzi no, una 44 magnum, come quella di Clint Eastwood. Una gigantesca, mastodontica, mostruosa, 44 magnum e il mio bel culo rosa vi sta ficcato dentro. Un clic. Il cane che si alza. Un altro clic, un po’ più duro, un po’ più sordo. Il grilletto che viene tirato. Un bum, anzi che dico, un tuono, il tuono dell’ira di Giove pluvio. Un vortice d’aria dietro al mio culo comincia a solleticarmi le chiappe, e devo dire che è pure piacevole. Peccato che duri meno di un centesimo di secondo, perché poi inizia a bruciare. E so bene cos’è. E a quel punto volo, con i peli del culo bruciati, a cavallo di quella enorme supposta uscita dal ferro di Dio, perché se devo pensare al dito indice che ha tirato quel grilletto, quello è il dito indice di Dio che spara per punire l’umanità di tutti i suoi peccati.
Volo su quel proiettile, con una mano agito il mio cappello da cowboy, mentre con l’altra abbraccio stretto il metallo, il metallo rovente di una pallottola appena eiaculata. Sotto di me scorre il mondo intero, vedo valli, pianure, colline, intere catene montuose,  fiumi e laghi, e allora comincio a scendere e lentamente quel panorama si fa più chiaro. Mai colline, fiumi e montagne sono stati più dolci. Quelle montagne sono i suoi seni. I laghi i suoi occhi azzurri. Quelle colline i fianchi e la pancia. Quanta alla valle e al fiume, usate la fantasia. Finalmente sono sulla mia mora, la sto cavalcando come non ho mai fatto prima, la giro e la prendo da dietro, e lei urla e gode. E finalmente mi ricordo bene a cosa serve quell’affare.
 

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[venerdì, 25 marzo 2005]
-------------------------------------------------------------------------------------- dialogo sulla costituzione

Su un lontano pianeta, nell’angolo più remoto dell’universo, nella galassia più distante dal nostro pianeta alcuni mostri a quattro braccia molto saggi stavano discutendo di politica. Alcuni frammenti di questo dialogo sono arrivati fino a noi.
 
-         Dobbiamo cambiare la costituzione. Il capo vuole che sia fatto in fretta
-         Ma non lo abbiamo appena fatto?
-         Sì, ma sai che fra un anno ci sono ancora le elezioni, bisogna far vedere di aver fatto qualcosa di nuovo. Bisogna essere aggiornati, sempre alla moda, come il nostro premier. E anche la costituzione deve esserlo, sennò gli alleati degli altri pianeti che diranno?
-         Ok, ma che c’è rimasto da cambiare?
-         Vediamo… il Presidente del Pianeta non conta più niente, visto che gli abbiamo tolto pure il potere di sciogliere le camere. Finalmente potrà assolvere al suo compito primario: tagliare i nastri alle cerimonie ufficiali. Quanto ai poteri del premier, beh, abbiamo inventato una parola che non esiste, premierato, per dire che può fare quello che gli pare. E poi abbiamo fatto la devolution che volevano quelli della Lega del Pianeta Nord. Che poi non cambia un cazzo, ma con la storia del senato federale li abbiamo fatti contenti.
-         Il capo dice che è ancora troppo comunista ‘sta costituzione. Tipo quella cosa che il Pianeta è fondato sul lavoro. È roba troppo da comunisti.
-         Hai ragione, e poi lo sanno tutti che ormai non lavoro più nessuno. Tutti precari. Direi di fondarlo sulle olo-visioni, ′sto pianeta
-         No, lo sai che poi quei comunisti ritirano fuori la storia del conflitto di interessi. Senti e se non lo fondiamo proprio? Che ne dici? Così ce lo rigiriamo come ci pare.
-         Mi pare una bella idea. Poi c’è pure quella storia delle elezioni. Troppo comuniste, dice il capo. Ma che storia è che qualcun altro può governare al posto suo se qualche scemo si sbaglia a votare?
-         È vero togliamole. Tanto che cazzo lo vota a fare la gente il parlamento se ha sempre meno poteri? Certo che l’abbiamo pensata proprio bella: dare al primo ministro il potere di sciogliere le camere. Altro che sfiducia costruttiva. Sai dove se la devono mettere la sfiducia costruttiva quei comunisti?
-         Ah, ah, ah.
-         Senti lasciamo perdere va. Che tanto qualche stronzata qualcuno la tira fuori da qui fino alle prossime elezioni. Andiamo a bere qualcosa. Lo sai che da ubriachi prendiamo le decisioni migliori, no?

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# racconti, fatti e opinioni

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[giovedì, 24 febbraio 2005]
-------------------------------------------------------------------------------------- Alice

[questa è la seconda parte del racconto che ho iniziato a pubblicare qualche tempo fa, e che ho ripubblicato subito qui sotto. Non cercate grande coerenza narrativa, scrivo di getto, senza sapere ancora bene come andrà a finire. Diciamo che quello che sto pubblicando qui nel blog è soprattutto un esperimento]

«Sei solo qua dentro, lo vuoi capire o no?».
«Non è vero. Ho sentito delle voci. C’è gente che come me urla che vuole essere liberata».
«Di tanti scemi che potevamo prendere proprio te hanno scelto. Hai il cervello marcio ormai. Mi chiedo se sarai capace di fare il tuo lavoro».
«Lavoro? Che lavoro?».
«Questo lo saprai a tempo debito. Per il momento sono venuto a dirti di stare buono perché non c’è nessuno che può sentirti, solo io e miei amici. E non ti preoccupare che laggiù nella Città nessuno ti sta cercando».
«Laggiù? Vuol dire che siamo in superficie? SIAMO IN SUPERFICIE?».
«Ahahaha… credi quello che vuoi, tanto per te è la stessa cosa».
 
Ho visto Alice, ma non era come nel paese delle meraviglie. Non si tratta di una bambina bionda con gli occhi azzurri curiosa come poche e che si tuffa in un tronco all’inseguimento di un coniglio bianco. La mia Alice è un uomo, come vi ho già detto.
L’ho incontrato cinque giorni fa. Sono sicuro sui giorni perché me lo hanno detto loro quanti giorni sono passati da quando mi hanno portato in questo buco pieno di sporcizia, freddo e senza un cazzo da mangiare. Tra l’altro non so nemmeno perché vi racconto queste cose, tanto lo so che non ci siete, nella stanza accanto, me lo ha detto quel mezzo matto di Alice.
È un tipo strano, freddo. Lo senti da lontano che è un pezzo di ghiaccio, fa venire i brividi. In suoi tratti sono quasi asiatici, con gli occhi leggermente a mandorla, occhi di serpente neri e profondi, ma vuoti come due pozzi, e la carnagione olivastra. Il tipico figlio del melting pot del XXI secolo. Ha il sorriso come una tagliola, e chissà quanta gente ha intrappolato facendola andare fuori di testa. Perché ha la capacità di non far capire più niente, di farti dubitare di tutto. Di farti diventare il più grosso scemo che sia mai esistito. Chissà quanti cappellai ha incontrato quell’uomo per diventare così; quanti bianconigli e quanti stregatti; e soprattutto quanti bruchi oppiomani in cima a un fungo. Mi sa che quel Lewis Carrol doveva essere fumato come pochi quando ha scritto Alice: altro che prete che ha scritto un libro per una bambina figlia di amici, quello ha proprio scritto delle sue allucinazioni dovute all’oppio. Me la immagino la scena: lui appoggiato a un albero, che fuma oppio e che vede passare un morbido coniglietto bianco. Solo che questo coniglio del cazzo inizia a parlare. A voi che effetto avrebbe fatto una tale visione? Non ci avreste scritto un libro?
 
Ma a chi lo chiedo? Lo so che sono solo. Sono qui e parlo solo con me stesso ed è questo il motivo per cui sono cinque giorni che parlo, parlo, parlo e ancora parlo ma nessuno mi risponde. Apro la bocca e faccio uscire tutto quello che mi passa per la testa, così so che sono ancora vivo, forse. La cosa buffa è che scopro che riesco solo a pensare a un mare di stronzate.
Me lo ha detto Alice che penso solo ad un mare di stronzate. Sono stronzate perché mi ha detto che tornerò in Città, a fare il mio lavoro, e niente sarà cambiato per me. E non devo preoccuparmi di niente. Che nessuno mi farà del male. E allora per quale motivo mi tenete legato a una sedia e non mi fate mangiare?
 
«Perché sei troppo importante per noi», la risposta di quella copia mal riuscita della bambina con dai capelli biondi.
«Importante? Ma sono solo un impiegato comunale! Sto tutto il giorno davanti ad un computer a sbrigare pratiche. Avete sbagliato persona, brutte teste di cazzo».
«Modera il linguaggio. Potrei mandare uno dei miei amici per calmarti. Quello di cui ti occupi è molto importante per noi».
«E voi chi sareste?».
«…».
«Che fai, non rispondi ora? Già hai finito il tuo spettacolo?».
 
Ed ero solo incredibile ma vero, in quel preciso istante, ero solo. Alice è scomparso nell’aria: niente fumo o roba del genere ma semplicemente non avevo più davanti agli occhi la sua immagine. Come se non ci fosse mai stato. Ho assistito ad una pura illusione.
© Stefano/PhilipDick

Immaginato da PhilipDick alle 10:13 / p.link
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# racconti

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[giovedì, 24 febbraio 2005]
-------------------------------------------------------------------------------------- Una voce nel buio

È venuto il momento. Il momento di ricordare. Di ricordare perché. Di ricordare quando. Sono finito qui.
È buio pesto qua dentro, e fa freddo, freddissimo. Per di più sono legato a una sedia, se è una sedia. A volte sento un po’ di aria che mi sfiora i capelli. Forse c’è qualche condotto di aerazione da qualche parte. Finestre non credo.
Non so nemmeno quanto sia grande questa stanza. Non troppo, perché se grido non si sente rimbombo per niente, ma non credo che sia nemmeno troppo piccola: lo sentirei altrimenti. Però è vuota, questo è certo. Lo sento.
 
Il tempo è passato e scorre imperterrito ma io non me ne accorgo. Per me è sempre lunedì, il giorno in cui sono finito qua. Quella mattina mi ero alzato come sempre per andare in ufficio, puntuale alle alle nove. Cosa significhi poi puntuale alle nove non lo so: è un modo di dire che da quando sto qui ha perso significato. Per me le nove o le dieci o le undici ormai sono la stessa cosa. Non so nemmeno quando è giorno o notte. Presumo che sia notte quando mi addormento ma solo perché di notte dormo. Voi no? Dio come sto male, se mi viene da scherzare in questo momento.
O forse significa che ancora non mi è andato del tutto in pappa il cervello.
 
Che dite? Non capite niente? Come sto? Scusate mi ero addormentato. È stata una notte breve stavolta, forse un quarto d’ora. Dite di più? E perché non mi avete svegliato prima, tanto non devo andare da nessuna parte domattina. Cazzo, che spirito, sono pronto per il David Letterman Show.
Una volta ero più divertente. Era quando ancora non ero stato aggredito, incappucciato e drogato da tre tizi grandi come montagne. O forse sono i miei ricordi che ingigantiscono tutto. Uno a dire il vero non era tanto grosso: me lo ricordo bene perché sembrava il capo, o almeno quello che comandava quei due, che invece sembravano veramente due scimmioni, come se l’evoluzione avesse risparmiato qualche Neanderthal.
Vi dicevo di quello piccolo. È un tipo magro, non troppo alto, forse un metro e settanta. Un tipo nervoso, tutto scatti, che mette paura perché lo vedi da lontano che è strafatto di quella roba che gira nelle periferie più malfamate della Città. Non che lui ci vada nelle periferie, sicuramente conosce bene qualcuno che la vende quella merda. Si chiama Alice. Non scherzo, lo chiamavano Alice, i due scimmioni. Penso che sia un soprannome. A cosa sia dovuto, proprio non saprei. Ma uno che si fa chiamare con un nome da donna deve avere un gran fegato. Oppure semplicemente è gay, chi lo sa. Secondo me si tratta solo di un grandissimo figlio di puttana.
 
Scusate mi ero addormentato ancora. Mi succede sempre più spesso. Mi hanno dato della roba, ve l’ho detto credo. Non so di che si tratta. Era in cristalli rosa, ho visto quando li hanno sciolti con una specie di acido, poi hanno tirato tutto su con una siringa e me lo hanno iniettato in vena. Da quel momento ho perso ogni cognizione di spazio e tempo. Ve l’ho detto, non so più quanto tempo sia passato: può darsi che sia persino martedì per quello che ne so io. Mi girava la testa, adesso va un po’ meglio, e vedevo tutto da mille colori. Per questo non mi ricordo com’è fatta questa stanza: mi ci hanno buttato dentro, mi hanno immobilizzato, e poi hanno chiuso la porta e buttato la chiave, credo, visto che non si è più fatto vivo nessuno, né Alice né i neanderthal.
Ho una fame incredibile, probabilmente sono giorni che non mangio. Bere, bevo. C’è una cannuccia, un tubo, non saprei, sistemato proprio davanti alla bocca, e ogni tanto succhio. Mi fa pensare positivo questo particolare: mi vogliono vivo, ma ancora non hanno deciso che farsene di me, o forse non è ancora il momento.
 
E voi? Perché siete qua? Non avete detto quasi niente. Non ce la faccio più a parlare, ditemi qualcosa di voi. Siete nella stanza accanto vero?
 
© Stefano/PhilipDick
 

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“L’irreale è più potente del reale. Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione a cui può spingersi l’immaginazione. Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee, i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce. La gente, bé… la gente muore.”

Chuck Palahniuk
(Soffocare)

“L'immaginario è un luogo senza tempo e senza spazio, come il delirio degli schizofrenici. C'è chi come loro vi resta impigliato e non riesce più a trovare la strada del suo corpo”

Valerio Evangelisti
(Nicolas Eymerich, inquisitore)

“Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d'ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio”

Neil Gaiman
(Sandman - A Midsummer Night's Dream)

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