:: PHILIP DICK
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:: IMMAGINARIO
...è tutto quello che forma le nostre idee, il nostro
modo di leggere il mondo, di rapportarci ad esso e agli altri. L'immaginario
in cui siamo immersi è formato da tante cose: cinema, libri, tv, fumetti,
pubblicità, sport e naturalmente ciò che
accade nel mondo. E ancora, lo sviluppo tecnologico, i computer, Internet
e tutto ciò che ci fa comunicare con il mondo.
La nostra cultura è fatta di “immagini” che provengono da tutto ciò e che diventano importanti anche senza accorgercene: sono “fantasmi semiotici” in cui si racchiude il significato di quello che è la nostra società, una società che si sostiene anche con l’immateriale delle idee e dei concetti.
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Sto leggendo: Per ora nulla,
Ultimi libri letti: Boh, chi si ricorda...
Autori e libri preferiti: Philip Dick (UBIK, MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE, LE TRE STIMMATE DI PALMER ELDRITCH, UN'OSCURO SCRUTARE, I SIMULACRI, L'UOMO NELL'ALTO CASTELLO, SCORRETE LACRIME DISSE IL POLIZIOTTO, LABIRINTO DI MORTE, L'ANDROIDE ABRAMO LINCOLN, NOI MARZIANI, CRONACHE DEL DOPOBOMBA, LA TRILOGIA DI VALIS), J.R.R. Tolkien (IL SIGNORE DEGLI ANELLI), William Gibson (NEUROMANTE, AMERICAN ACROPOLIS, LA NOTTE CHE BRUCIAMMO CHROME), J.G. Ballard (CRASH, IL MONDO SOMMERSO, LA MOSTRA DELLE ATROCITA', IL CONDOMINIO, L'IMPERO DEL SOLE), Bruce Sterling (LA MATRICE SPEZZATA, CAOS USA, LO SPIRITO DEI TEMPI, FUOCO SACRO), Haruki Murakami (DANCE DANCE DANCE), Luhter Blisset/Wu Ming (Q, HAVANA GLAM, 54, ASCE DI GUERRA, MANITUANA), Don DeLillo (UNDERWORLD, MAO II, AMERICANA, COSMOPOLIS), David Foster Wallace (INFINITE JEST), Jack Kerouac (SULLA STRADA), Joe R. Lansdale (RUMBLE TUMBLE, MANEGGIARE CON CURA, IN FONDO ALLA PALUDE, ECHI PERDUTI, LA SOTTILE LINEA SCURA), Chuck Palahniuk (SURVIVOR, SOFFOCARE), Kurt Vonnegut (MATTATOIO N. 5, LA COLAZIONE DEI CAMPIONI, LE SIRENE DI TITANO), Edward Bunker (COME UNA BESTIA FEROCE, CANE MANGIA CANE, LITTLE BOY BLUE, EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA), Matt Ruff (ACQUA, LUCE E GAS), Valerio Evangelisti (Eymerich vari, METALLO URLANTE, ANTRACITE), Niccolò Ammaniti (TI PRENDO E TI PORTO VIA), Girolamo De Michele (TRE UOMINI PARADOSSALI, SCIROCCO), Philip Roth (PASTORALE AMERICANA, IL COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA), Giuseppe Genna (DIES IRAE, NEL NOME DI ISHMAEL), Robert A. Heinlein (UNIVERSO, STRANIERO IN TERRA STRANIERA) e poi Italo Calvino (SE UNA NOTTE DI INVERNO UN VIAGGIATORE, LE CITTA' INVISIBILI, LE COSMICOMICHE), John Fante (CHIEDI ALLA POLVERE, LA CONFRATERNITA DELL'UVA), Walter Tevis (LA REGINA DEGLI SCACCHI), “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, i racconti di E.A. Poe, Isaac Asimov, Johnatan Coe, Nick Hornby, Carlo Lucarelli, Umberto Eco, Daniel Pennac, Stefano Benni, Neil Gaiman, Charles Bukowski e ancora...
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Film preferiti: In ordine sparso, tutto Kubrick (su tutti ARANCIA MECCANICA, 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO e FULL METAL JACKET), BLADE RUNNER, tutto Tarantino (PULP FICTION e KILL BILL vol.1 in particolare, ma anche LE IENE), MATRIX, 1997 FUGA DA NEW YORK, THE BLUES BROTHERS, i film di David Cronenberg (EXISTENZ, LA MOSCA, VIDEODROME, IL PASTO NUDO, CRASH), STAR WARS, ALIEN e ALIENS, APOCALIPSE NOW, LA 25a ORA (e altri film di Spike Lee), IL SIGNORE DEGLI ANELLI, METROPOLIS, TRUMAN SHOW, FIGHT CLUB, NATURAL BORN KILLERS, i film di Park Chan Wook (OLD BOY, LADY VENDETTA, MR. VENDETTA), i film di Woody Allen (MANHATTAN, IO E ANNIE, MATCH POINT, IL DITTATORE DELLO STATO LIBERO DI BANANAS, PROVACI ANCORA SAM) i film di Jim Jarmusch (GHOST DOG, DEAD MAN, DAUNBAILO'), L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE, BRAZIL, ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND, MULHOLLAND DRIVE, SIN CITY, V PER VENDETTA, e poi una spruzzata di Hitchcock, di Scorsese, dei fratelli Coen (IL GRANDE LEBOWSKI, BARTON FINK, FARGO)
IN TV E DA ALTRE PARTI
I SIMPSON, X-FILES, FUTURAMA, la Roma, il ciclismo, la mia città (Roma), i fumetti DISNEY (Carl Barks e Don Rosa), la fantascienza, Neon Genesis Evangelion, Report, Gli album di Marco Paolini, i programmi di Radio Due, i fumetti di Frank Miller (Sin City), di Jean Giraud, alias Moebius, di Enki Bilal, Sandman (di Neil Gaiman)
[mercoledì, 09 gennaio 2008]
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Fra giallo, noir e thriller
Negli ultimi giorni, avendo più tempo libero a disposizione, ho dedicato tempo alla lettura come facevo una volta, ai bei tempi andati quando non avevo un cazzo da fare, e, un po' casualmente un po' perché vado a periodi, mi sono dedicato a tre romanzi oscillanti tra il thriller, il noir ed il giallo. Ne scrivo brevemente.
Single & Single, di John Le Carré. Bel thriller, molto raffinato come ho già avuto modo di dire qualche giorno fa. Il libro, scritto e ambientato nella seconda metà degli anni '90, inizia con l'esecuzione di un avvocato in Turchia e prosegue con le vicende di Oliver, che all'inizio conosciamo come un giovane prestigiatore, divorziato con un figlia piccola: personaggio solitario e misterioso, che non ha ben raccontato il suo passato a chi gli sta vicino e che ben pressto il lettore scoprirà essere qualcun altro, il figlio del titolare di una delle più note case di intermediazione londinesi, la Single & Single, appunto (l'& Single è lui), ritiratosi, scappato, pentito, di fronte ai traffici illegali a cui la Casa si ritrova a partecipare insieme a mafiosi ed oligarchi della nuova Russia post-comunista. Oliver dovrà affrontare un passato che pensava di essersi messo alle spalle per salvare il padre col quale ha rotto ogni rapporto da anni dopo averlo, diciamo così, "tradito". Ripeto, bel noir, molto inglese e molto internazionale (non solo perché la vicenda si sposta da Londra, alla Svizzera, ad Istanbul, alla Georgia).
La ragazza dal cuore d'acciaio, di Joe R. Lansdale. I lettori abituali di questo blog sanno che Lansdale è uno dei miei scrittori preferiti e che si contraddistingue, secondo me, non tanto per la qualità letteraria, se questo vuol dire qualcosa, quanto per la capacità di narrare storie e di tenere il lettore legato alle sue pagine fino alla fine (almeno alcuni lettori: poi i gusti sono gusti).
Cason è un giornalista arrivato perfino alla candidatura al Pulitzer ma che di punto in bianco ha mollato tutto per arruolarsi e partire per l'Afghanistan prima e l'Iraq dopo. Tornato a casa, nella cittadina texana dove è cresciuto e dove ancora vive la sua famiglia, cerca di ricostruire la sua vita, ossessionato dal ricordo della sua ex fidanzata e dalle atrocità viste in guerra; dopo aver trovato lavoro nel piccolo giornale locale, Cason si mette a seguire il caso di una giovane e bella studentessa universitaria scomparsa qualche mese prima: inutile dire che si ritroverà invischiato in una brutta storia, nella quale dovrà salvare il culo, come scriverebbe Lansdale, a se stesso e a chi gli sta vicino.
Segnalo anche che Lansdale, a modo suo, ha trovato il modo di toccare temi politici, la guerra ma non solo (Cason è un sostenitore della laicità su temi eticamente sensibili, ad esempio; da sfondo alla vicenda poi c'è uno scontro interrazziale per la costruzione di una scuola nel quartiere nero della cittadina in cui si svolge il libro): insomma un romanzo che regala tanta suspence ma non solo, scritto bene e che ritengo uno dei migliori che io abbia letto di JRL.
In fondo agli occhi del gatto, di Serge Quadruppani. Negli ultimi tempi ho trovato entusiastiche recensioni di questo libro e mi era venuta voglia di leggerlo, col risultato di giudicarlo anche io ottimo: le 190 e passa pagine di questo romanzo sono volate. Questo scrittore francese, che si divide fra Roma e Parigi, ha costruito un giallo-noir che dà nuova vita al genere seguendone i canoni ma innovandolo anche dal punto di vista narrativo. Parigi: Michel, informatico disoccupato, si ritrova accusato della morte dell'amico Paul, mercante d'arte, brutalmente assassinato in casa propria; Michel non è tagliato né per fare la parte dell'investigatore né quella del fuggitivo ma alla fine riesce discretamente bene in tutte e due. Dietro la morte di Paul c'è un complotto nel quale il protagonista si ritrova suo malgrado immischiato, e che riserverà anche per lui una sorpresa.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:13 /
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# libri, lansdale
[giovedì, 20 dicembre 2007]
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La lotteria della vita
Come già segnalato,nei giorni scorsi ho letto Lotteria dello spazio, il primo romanzo pubblicato da PKD nell'ormai lontano 1955. Si tratta di un romanzo che, per chi ha avuto la fortuna di leggerlo allora, rivelava già il talento di quel grand'uomo.
In Solar Lottery, il mondo è governato dalle leggi del caso, anzi più precisamente dalla regola del minimax: chiunque sia in possesso della agognata tessera professionale può partecipare alla più grande lotteria che ci sia mai stata nella quale periodicamente un fortunato vince la possibilità di diventare Quizmaster, la più alta istituzione sul pianeta. Quella descritta da Dick è una società rigidamente divisa in classi, fra have e have not, fra chi ha la capacity card e chi non ce l'ha, che viene escluso e lasciato ai margini, nella quale ogni persona classificata giura fedeltà ad un padrone, sia esso una persona o, più spesso, una Hill, una grande corporazione economica, che provvederà ai suoi bisogni garantendogli una vita ricca e comoda. Una categoria a parte sono i telep, che per la loro capacità di predire il futuro sono costretti o ad entrare nella Squadra che presiede alla sicurezza del Quizmaster o ad essere emarginati proprio in virtù delle loro doti.
Quello che è davvero interessante, al di là della vicenda, che ho trovato comunque molto avvincente, è la caduta di valori, di passioni e di interessi in questa questa Terra del futuro, nel solco del tradizionale genere distopico, i cui abitanti vivono per il Quiz, per gli spettacoli televisivi e per l'omicidio. Sì, omicidio, perché in una società del genere, basata sul minimax, alla fortuna di chi diventa Quizmaster deve corrispondere anche quella di una persona che, nel pieno di rispetto di regole ritualizzate, viene sorteggiato, in diretta tv, per tentare di uccidere il capo e prenderne il posto.
In questo contesto si muovono le vicende di Ted Benteley, il prodromo del tipico personaggio dickiano, uomo comune a suo modo in qualche modo mediocre ma, rispetto ai personaggi che Dick svilupperà negli anni successivi, con dentro di sé una fiammella di speranza e di voglia di reagire per contribuire a costruire un mondo migliore, per una società più giusta che non sia governata da un gioco: non si può non leggere nelle parole che Ted pronuncia contro il sistema una critica che Dick faceva agli Stati Uniti e alla società occidentale.
I guai per Benteley iniziano quando, rotto il patto con una delle Hill, fa il suo giuamento al Quizmaster Verrick, non sapendo che è caduto di sella: l'urna ha estratto un nuovo nome, il misterioso Leon Cartwright. Verrick ha ordito un complotto per tentare di riprendere il suo posto, coinvolgendo fra gli altri proprio Benteley. Non vi dico come prosegue, vi lascio la sorpresa.
Come dicevo all'inizio, in questo libro Dick è già Dick. Il lettore abituale di PKD ritroverà alcune delle tematiche tipiche della sua letteratura, che nei decenni successivi svilupperà con maggiore profondità filosofica, psicologica e sociologica: il simulacro, la religione e la speranza nell'arrivo di qualche Messia diffusa quasi a livello di superstizione, l'alienazione dell'uomo nella società ipertecnologica.
Buona lettura.
Immaginato da PhilipDick
alle 08:53 /
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# libri, immaginario, philip dick e immaginaridickiani
[lunedì, 26 novembre 2007]
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Non capisco niente di scacchi
Due post in meno di 24 ore, non vi ci abituate.
Libero per un giorno dagli impegni del master (libero perché mi sono preso una giornata per non fare niente e perché ieri non avevo consegne, altrimenti le cose da studiare non mancherebbero...) mi sono immerso nella lettura come non facevo da tanto tempo, passando l'intera giornata (d'accordo non avevo niente di meglio da fare) fra le pagine di un romanzo, secondo me, fantastico, un vero gioiello: La regina degli scacchi, di Walter Tevis.
Ho iniziato a leggere le avventure di Beth Harmon due-tre giorni fa e ieri mi sono divorato le rimanenti 300 pagine senza quasi accorgermi dello scorrere del tempo.
Beth ad otto anni rimane orfana e viene affidata ad una casa per minori: è una bambina insicura, piena di paure, ma scopre di avere una passione, ed un talento, gli scacchi, talento che la arcigna direttrice della scuola tenterà di tarpare. Beth cresce immaginando nella sua testa le partite di scacchi, studiando le varianti più note, immaginando i pezzi che si muovono sulla scacchiera in una danza perfetta, scovando corridoi e pertugi attraverso i quali far passare i suoi pedoni, cavalli, alfieri e regine che solo lei riesce a vedere. Beth però cresce anche con una pericolosa dipendenza dai tranquillanti, cosa che continuerà anche dopo che, a 13 anni, sarà adottata.
La regina degli scacchi racconta la vita di una giovane scacchista, bambina prodigio che quando inizia a partecipare ai primi tornei stupisce tutti col suo stile di gioco aggressivo ed intuitivo, ed è scritto così bene che pur senza capire niente di scacchi e di cosa significhi mettere un pedone in d5 il lettore non può non desiderare di vedere come andrà a finire, se Beth coronerà il suo sogno e batterà i più grandi scacchisti del mondo.
Ma al centro c'è sempre e comunque Beth, prima bambina, poi adolescente ed infine giovane donna, che scopre la vita a poco a poco ma sempre senza godersela perché al primo posto vengono gli scacchi e solo gli scacchi, non imparando a gestire i rapporti umani, non traendo grande godimento dal sesso, poco attenta alle amicizie; il lettore segue le vicende di Beth, con tutte le sue debolezze ed insicurezze e con la sua incredibile forza davanti ad una scacchiera, e spera che Beth cresca e trovi le sue rivincite nella vita. E alla fine Beth cresce, cresce per davvero quando intuisce che rischia di sprecare il suo talento e di perdere le cose davvero importanti, ma dietro l'angolo vi sono sempre gli scacchi, sempre e comunque.
Come detto, ho trovato favoloso questo romanzo, era tanto tempo che un libro non mi risucchiava così al suo interno per lasciarmi solo all'ultima pagina. Si tratta poi di un libro che non ho potuto fare a meno di ricollegare ad un altro capolavoro che ho letto lo scorso anno, Infinite Jest di David Foster Wallace, sicuramente influenzato da Tavis, per esempio nella tematica della dipendenza dai farmaci o per quella competizione (negli scacchi in Tavis, nel tennis in Wallace) che riassume in modo totalizzante la vita dei giovani protagonisti.
Insomma leggetelo!
Immaginato da PhilipDick
alle 09:03 /
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# libri, immaginario
[venerdì, 31 agosto 2007]
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Distillato
Immaginato da PhilipDick
alle 09:15 /
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# libri, immaginario
[lunedì, 02 luglio 2007]
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Una stagione selvaggia
Come mi è capitato già altre volte, quando ho voglia di mettermi a leggere qualcosa che mi diverta, che mi rilassi, che chieda solo di seguire la trama e le avventure dei protagonisti, credo che ci siano pochi autori migliori di Joe R. Lansdale. Negli ultimi due giorni ho letto Una stagione selvaggia, il primo romanzo della serie che l'autore texano ha dedicato a Hap e Leonard, la più scalcinata coppia di investigatori (anche se non sono davvero investigatori) che si sia mai vista. Belle donne, avventura, azione, battute fulminanti (spesso politically s-correct), scazzottate, suspence.
Immaginato da PhilipDick
alle 08:27 /
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# libri, lansdale
[domenica, 01 luglio 2007]
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Regno a venire, di J. G. Ballard
Finalmente dopo oltre un mese, tantissimo per i miei standard, ho terminato di leggere l'ultimo romanzo di James Ballard, sicuramente, e non lo dico solo io, uno dei più importanti scrittori contemporanei, Regno a venire.
L'ultrasettantenne Ballar continua ad esplorare i comportamenti dell'uomo contemporaneo immerso nella società di massa, le sue pulsioni ed i suoi istinti. Come già in altri libri Ballard costringe il lettore a guardare in faccia la sua stessa realtà, a chiedersi se anche lui in certe circostanze potrebbe diventare vittima delle follie collettive, prima che individuali, che si sviluppano nei luoghi dell'immaginario contemporaneo, che siano un quartiere residenziale o un centro commerciale.
E proprio un centro commerciale, un non-luogo per eccellenza, è il fulcro intorno al quale ruotano le vicende di Richard Pearson, pubblicitario disoccupato che finisce nel sobborgo londinese di Brooklands, sobborgo dove crescono e trovano spazio razzismo e violenza e l'unico punto di ritrovo della comunità è il paese dei balocchi rappresentato dal grande spazio commerciale. La morte di un padre in realtà mai conosciuto davvero farà sì che Richard si confronti ed in qualche modo entri a far parte della cultura consumista che, visto il suo lavoro, ha contribuito a creare.
Brookland potrebbe essere il sobborgo di qualsiasi città, anche nelle nostre, dove interi quartieri sorgono e si sviluppano intorno ai centri commerciali, unico vero punto aggregante di queste nuove comunità, che sognano solo il consumo, consumo che, ci fa intravedere Ballard, definisce le identità orfane delle ideologie politiche e della religione, sostituite dalle nuove ideologie e religioni del consumo, appunto.
Un mondo fatto di tessere fedeltà, di sconti, di tv al plasma, di cellulari ipertecnologici, che anestetizza un po' tutto, col risultato di una violenza repressa che potrebbe esplodere oppure potrebbe essere usata per una nuova forma di controllo sociale, per un neo-fascismo basato sulla libertà di comprare e di consumare per soddisfare bisogni indotti.
Ballard delinea ancora una volta uno scenario apocalittico in cui le psicopatologie collettive esplodono in modo iper-reale, troppo vere per essere reali, eppure lascia sempre l'impressione che se osservate bene i vostri vicini di casa, i passanti, tutti quelli che incontrate nei vostri centri commerciali preferiti potreste leggere loro in faccia qualcosa che non vi piacerà. Non vi specchiate.
Leggere Ballard significa vaccinarsi, prendere coscienza di come muti la società di massa, purtroppo è un vaccino che, ho paura, prendono in pochi.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:29 /
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# libri, immaginario, ballard
[domenica, 24 giugno 2007]
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Un nuovo tipo di democrazia
"Parlo di adesso. Vedo in lei l'uomo di domani. Il consumismo è la porta verso il futuro e lei sta aiutando ad aprirla. La gente accumula capitale emotivo oltre che soldi in banca e ha bisogno di investire quelle emozioni in una figura di leader. Non ha bisogno di fanatici in divisa che delirino affacciati a un balcone. La gente vuole un presentatore televisivo con degli ospiti che parlino con garbo di faccende che la riguardino direttamente. E' un nuovo tipo di democrazia, si vota alla cassa invece che alla urne. Il consumismo è lo strumento migliore mai inventato per controllare le persone. Nuove fantasie, nuovi sogni, nuove antipatie, nuove anime da salvare. Per qualche strana ragione chiamano tutto questo shopping. Ma in realtà è la forma più pura di politica. E lei ha la stoffa del leader. Anzi, direi addirittura che lei potrebbe guidare il paese."
[...]
"Però c'è un problema: qual'è il messaggio da comunicare?"
"Il messaggio?" Mi alzai di scatto facendo cenno a Cruise di rimanere seduto. "I messaggi fanno parte della vecchia politica e lei non è un Fuhrer che sbraita ai suoi soldati. Questa è la politica vecchia. La politica nuova parla dei sogni e delle necessità delle persone, delle loro speranze e delle loro paure. Il suo ruolo è quello di dare più potere a queste persone Lei non dice al suo pubblico cosa pensare. Lei li fa uscire allo scoperto, li incoraggia ad aprirsi e dire cosa provano".
"Facciamo a meno di slogan e messaggi?"
"Niente slogan, niente messagg. Una nuova forma di politica. Niente manifesti, niente impegno. Nessuna risposta facile. Sono loro a decidere cosa vogliono. Il suo compito è quello di preparare uno scenario e creare un clima giusto. Lei li guiderà perché sarà in grado di percepire i loro umori. Pensi a un branco di gnu nella pianura africana. Sono loro a decidere dove andare".
J. G. Ballard - Regno a venire
Immaginato da PhilipDick
alle 11:12 /
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# libri, immaginario, ballard
[domenica, 27 maggio 2007]
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Tu che hai studiato?
"Andiamo Dick! Fa questo salto! Lanciati!" Si riferiva alla proposta di andare con lei e cercare magari un lavoro nel dipartimento di Scienze della Comunicazione. "E' la pattumiera del mondo accademico, ma se non altro puoi fare un po' di rumore agitando il coperchio"
J. G. Ballard - Regno a venire
Ecco, a me piace fare rumore con i coperchi.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:22 /
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# libri
[venerdì, 04 maggio 2007]
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Sentirsi come un mohawk
Come avevo accennato la scorsa settimana, ho letto l’ultimo romanzo dei Wu Ming, libro che si aggiunge alla lista di libri che provo a consigliare da questo blog.
Manituana. Cos’è o chi è Manituana? Solo il suono di questa parola affascina, fa pensare a qualcosa di magico e misterioso, ed infatti è così: una antica leggenda indiana individua in Manituana le terre che il Padrone della Vità donò agli indiani che abitavano le zone fra gli attuali Stati Uniti e Canada, terra che si frantumò nelle isole del San Lorenzo (nel romanzo Molly Brant racconta questa leggenda molto meglio ed in modo molto più suggestivo).
I Wu Ming si sono immersi nella Storia e ne sono emersi con una pietra grezza che hanno lavorato fino ad ottenere questo romanzo che non saprei definire in maniera diversa se non affascinante: un romanzo storico, certo, ma anche un romanzo di avventura, di amori, guerra, magie, fantasmi, vento, acqua, terra e fuoco.
Manituana è ambientato principalmente fra il 1775 ed il 1779, gli anni della rivoluzione americana e della nascita di una nazione, gli Usa ovvio. Di quella storia generalmente sappiamo poco, se non, semplificando al massimo, che gli “eroi” della libertà combatterono contro il giogo inglese. Ma le cose andarano veramente così? Dal loro viaggio nella Storia i Wu Ming sono tornati con qualcosa di molto più complesso, perché non fu una guerra fra i cattivi inglesi ed i buoni patrioti americani ma si trattò di una guerra civile, cruenta e sanguinosa, che si combatté anche con la guerriglia, con eccidi, con stupri etnici.
Come recita la quarta di copertina del romanzo, “una storia dalla parte sbagliata della Storia”, quella di chi ne uscì sconfitto, gli americani lealisti ed i nativi americani delle Sei Nazioni Irochesi (Mohawk, Cayuga, Oneida, Onondaga, Seneca, Tuscarora), alleati degli “inglesi”.
Definiamo ancora il contesto. In quello che era il New England, Sir William Johnson era il commissario per gli affari indiani nominato dalla corona inglese; Sir William (che assunse il nome indiano di Warraghiyagey, “Conduce grandi affari”) stabilì rapporti di rispetto reciproco con le nazioni indiane, le quali continuarono a vivere prosperando nelle loro terre e nei loro villaggi; fra coloni ed indiani c’erano relazioni di ogni genere, commerciali, culturali ed anche familiari (lo stesso Sir William sposò una donna mohawk, Molly Brant, che gli diede otto figli). Tutto questo fino alla morte del commissario, poi venne la guerra.
Manituana si rivela subito un romanzo corale, come tipico nei libri del collettivo Wu Ming, ma emergono chiaramente alcuni protagonisti, realmente esistiti, Joseph Brant Thayendanega (“Lega due bastoni”), fratello di Molly, Philip Lacroix Ronaterihonte, detto le Grand Diable per la sua aura di guerriero leggendario, la stessa Molly Brant, dai misteriosi poteri e dal grande carisma sulla sua gente.
Allo scoppio della guerra le Sei Nazioni devono scegliere con chi stare: i Mohawk garantiscono la loro fedeltà alla famiglia Johnson, le altre Nazioni sono più ondivaghe; non tutti gli indiani capiscono che non si tratta soltanto di una guerra tra bianchi ma che in ballo vi sono le proprie terre ma soprattutto la loro esistenza. Questo è un punto cruciale del romanzo e della Storia: sarebbe potuto cambiare tutto, o forse no; forse gli indiani avrebbero continuano a prosperare e vivere pacificamente con i bianchi o forse sarebbero stati comunque sterminati, ma quel che è certo che i Wu Ming hanno colto un nodo importantissimo della Storia.
La guerra prosegue va avanti, il lettore sa come andrà a finire ma i Wu Ming creano una architettura narrativa perfetta che lo incastra e non lascia andar via, nella quale ogni personaggio ha il suo ruolo, cresce, matura, diventa un capo o un guerriero, come Joseph e suo nipote Peter, trasformati da un viaggio a Londra, dove incontreranno il re per suggellare l’alleanza della loro nazione all’Inghilterra.
Il lettore viene trasportato in quell’epoca ed in quei luoghi: sente i profumi delle foreste, la voce del vento ed i rumori della terra attraverso Molly e Philip, guerriero e cacciatore solitario che scende in guerra in nome di un’antica fedeltà; scorrendo le pagine vede le battaglie, cruente, senza censure, gli uomini scalpati, il sangue che scorre a fiumi, il dolore portato da un fronte all’altro.
Ovviamente la guerra è il tema centrale, ma c’è tanto altro in questo libro, quasi un romanzo epico, e vale davvero la pena di scoprirlo.
ERRATA CORRIGE: nel post faccio riferimento ad alcuni personaggi realmente esistiti storicamente; in realtà Philip Lacroix è frutto della fantasia dei Wu Ming
Immaginato da PhilipDick
alle 09:44 /
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# libri, immaginario, wu ming
[martedì, 24 aprile 2007]
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La leggenda di Manituana
Stamattina presto ho deciso di segnalarvi intanto il libro che sto leggendo, Manituana, l'ultima fantastica fatica dei Wu Ming, sul quale mi prolungherò quando lo avrò finito, e poi su una iniziativa veramente originale in merito a questo libro.
Vi invito a visitare il sito Manituana, nel quale non solo si parla del romanzo ma si offre al lettore la possibilità di estendere la propria esperienza di lettura, di avere riferimenti storici, accedere al materiale non utilizzato dagli autori nel libro (spazio aperto anche ai racconti dei lettori nel mondo di Manituana), alla musica ispirata da Manituana (e anche lì si accettano contribuiti), di poter consultare la mappa dei luoghi del romanzo attraverso Google Earth, di poter guardare il trailer del romanzo in flash (che vi invito a vedere seguendo il link), di seguire le notizie sul libro (ma questo è quasi ovvio). Soprattutto, viene offerto al lettore più attento un secondo livello di conoscenze sul romanzo, al quale si accede solo rispondendo a una domanda su Manituana, e per ora non posso entrare perché devo arrivare in fondo.
Trovo una novità questa integrazione fra il romanzo e i suoi, per così dire, contenuti speciali; certo, si potrà dire che c'è una strategia commerciale dietro, ma è evidente l'intento di offrire al lettore qualcosa di nuovo, tenuto conto anche che un romanzo del genere, come sempre accade per i Wu Ming, arriva dopo anni di ricerche storiche e di lavoro.
In breve, come dice la quarta di copertina, si tratta di una storia dalla parte sbagliata della Storia (e spesso parlando dei libri dei Wu Ming ho sottolineato questa connessione fra storia e Storia: ripeto, nei loro libri c'è sempre l'idea, espressa già in Q, che siamo sempre figure di sfondo sul palcoscenico della Storia, e i Wu Ming mettono sempre al centro queste figure di sfondo): 1775, le Sei Nazioni Irochesi devono decidere se restare alleati della Corona inglese e combattere contro i rivoluzionari bostoniani o no; vi sono battaglie, viaggi oceanici, fantasmi, storie d'amore e di morte disperate, un momento epocale della Storia, quando ancora tutto doveva essere scritto. Un romanzo storico e d'avventura, che guarda nel passato per parlare dell'oggi.
Immaginato da PhilipDick
alle 08:09 /
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# libri, wu ming, internet e new media
[giovedì, 19 aprile 2007]
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In ricordo di Kurt Vonnegut
Pochi sapranno che la settimana scorsa se ne è andato a 84 anni uno dei più grandi scrittori di fantascienza ma soprattutto uno dei più grandi scrittori del '900, Kurt Vonnegut, autore di capolavori come Mattatoio n.5, Le sirene di Titano, La colazione dei campioni (trovate anche le recensioni che ho pubblicato sul Corriere della Fantascienza di questi due libri, qui e qui); Vonnegut era uno scrittore di fantascienza ma sarebbe riduttivo confinarlo in un genere: con i suoi romanzi, pienamente post-moderni, ha osservato con un occhio ironico e sarcastico ai mutamenti sociali e culturali contemporanei, è stata una delle voci contemporanee più forti contro ogni guerra (lui che fu prigionieri dei nazisti durante il bombardamento di Dresda, nel mattatoio n. 5)e contro i limiti del capitalismo e della cultura di massa (in questo senso è esemplare Breakfast of champions); Vonnegut, socialista e radical, si era distinto negli ultimi anni soprattutto per la sua lucida critica all'attuale amministrazione Usa.

Se ne va uno dei più grandi intellettuali del secolo scorso, capace di far ridere con romanzi dotati a volte di una comicità esilirante ma in grado di entrare nel profondo dei grandi temi della vita: leggendo i suoi romanzi appare evidente la sua concezione dell'esistenza come un continuum del quale ognuno di noi fa parte, in cui ogni cosa è collegata e immersa nel grande magma rappresentato dall'umanità e dalla sua cultura, con tutti i suoi artefatti; Vonnegut entrava in prima persona nei suoi libri, prima di tutto con il suo alter ego Kilgore Trout e poi in "carne e ossa", come in La colazione dei campioni, dove da narratore si fece personaggio.
Per chi fosse interessato a saperne di più della sua figura rimando a questo articolo e a quest'altro ed alla voce che Wikipedia dedica a Vonnegut.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:08 /
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# libri, immaginario, vonnegut
[domenica, 15 aprile 2007]
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La gente litiga solo su cose immaginarie
«”Il problema non è quale sia il centro esatto” rispose il signor Nancy, “ma quale la gente pensa che sia. In ogni caso è tutto immaginario. Per questo è importante. La gente litiga soltanto su cose immaginarie.”
“La gente come me?” chiese Shadow. “O quelli come voi?”».
Neil Gaiman – American Gods
Immaginato da PhilipDick
alle 10:11 /
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# libri, immaginario
[venerdì, 30 marzo 2007]
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Se qualcuno prova a svegliare i dormienti
Come ho scritto ieri, ultimamente mi dedico poco alle mie letture, ma è ora di dire due parole sull'ultimo romanzo di Dick che ho terminato, Svegliatevi dormienti (nell'edizione originale The Crack in space).

Questo Svegliatevi dormienti, scritto negli anni considerati più fecondi per l'opera di Dick, a metà dei '60, non è mai stato considerato uno dei capolavori dickiani, anzi è sicuramente inferiore ai suoi migliori libri. Tutto sommato però l'ho apprezzato, e per me è superfluo dirlo. Intanto il romanzo, a più di 40 anni dalla stesura, si dimostra attualissimo nella nostra epoca, raccontando la vicenda di Jim Briskin, candidato di colore destinato a diventare presidente degli Stati Uniti (e all'inizio del libro uno dei personaggi sostiene che sarà la rovina se un nero diventerà presidente). Immagino dovesse essere qualcosa di rivoluzionario pensare ad un presidente di colore in quegli anni di battaglie civili, soprattutto se pensiamo che solo oggi Barack Obama si è candidato per le primarie dei democratici americani, con buone probabilità di soffiare la corsa alla Casa Bianca a Hillary Clinton.
Dick con questo romanzo ha creato una allegoria degli Usa del suo tempo, con la solita incredibile capacità di guardare oltre e di scorgere i cambiamenti futuri della società. I dormienti del titolo italiano, sono i milioni di cittadini americani che sono stati ibernati perché poveri, improduttivi, incapaci di sostentare sé stessi e potenzialmente un pericolo per lo sviluppo della società capitalista (in larga parte neri e ispanici); i dormienti diventano il centro della campagna elettorale di Briskin, che promette di svegliarli e di inviarli alla colonizzazione dell'altra Terra scoperta oltre un varco dimensionale, una Terra che pare incontaminata e pronta a disposizione dell'umanità. Ma non sarà così, perché dall'altra parte i primi esploratori troveranno un'altra razza umana, estinta sul nostro pianeta milioni di anni fa, quella del cosiddetto uomo di Pechino, uscito probabilmente battuto dallo scontro con l'Homo Sapiens.
Questo romanzo di Dick è popolato di personaggi in qualche modo grotteschi fortemente caratterizzati, e meno definiti psicologicamente rispetto al solito (e forse questo aspetto riduce il valore letterario del libro), che danno comunque una certa vitalità ad una storia che sotto sotto vuole parlare soprattuto di razzismo (e in quale modo migliore si ridefinisce la categoria di razzismo se non confrontandosi con una razza alternativa all'Homo Sapiens?), di rapporti sociali e di potere, di politiche del consenso, di disagio sociale, culturale ed economico. Di fronte ai problemi del paese e del mondo, forse Briskin è l'uomo giusto, per quanto non eccezionale ma piuttosto cittadino medio.
Svegliatevi dormienti si legge con facilità, rispetto ad altri romanzi dickiani non chiede al lettore di infilare la testa nella trama del reale per cercare di capire cosa c'è sotto; come detto, The Crack in space ha toni allegorici, è un libro a tratti divertente, forse non del tutto riuscito ma che merita un po' di attenzione.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:47 /
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# libri, immaginario, philip dick e immaginaridickiani
[martedì, 27 febbraio 2007]
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La trasmigrazione di Timothy Archer
E fu così che pagina dopo pagina arrivai alla fine della Trilogia di Valis. Devo dire che mi ha fatto uno strano effetto leggere l'ultimo libro scritto da Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer, il terzo volume della trilogia iniziata con Valis: si percepisce leggendo quel libro la voglia dello scrittore quasi di tirare le somme, a forza di parlare di vita dopo la morte, quasi come se presagisse la prossima fine. Non so, magari mi lascio suggestionare.
Miei attenti lettori sarete ansiosi di sapere di che parla la Trasmigrazione. Bene, intanto segnalo subito due particolarità stilistiche, per Dick: si tratta di uno dei pochi libri scritti in prima persona da Dick e si tratta di uno dei pochi ad assumere come punto di vista quello di una donna. La Trasmigrazione è un romanzo mainstream, che si discosta in questo dai primi due volumi della Trilogia, di stampo più marcatamente fantascientifico.
Angel Archer inizia a raccontare la storia del vescovo Tim Archer, suo suocero, e delle persone che se ne sono andate prima di lui in una sorta di rincorsa del fato verso la fine, nel giorno della morte di John Lennon. Angel rivive le vicende che hanno portato prima alla morte di suo marito, poi dell'amante del vescovo ed infine del vescovo stesso. Angel in fondo non è la vera protagonista ma allo stesso tempo lo è: la vicenda terrena del vescovo Archer, al centro del romanzo, e la sua ricerca della vera natura di Dio (da scovare fra gli scritti delle sette ebraiche zadochite) sono un grande tema (il tema perseguito ossessivamente da Dick negli ultimi anni della sua vita) ma secondo me il romanzo parla più della ricerca di Angel di una vita quanto più serena possibile, per sfuggire alla sequenza di morti di cui è stata costellata la sua vita, ultima quella del vescovo (non vi rivelo niente, se avete intenzione di leggere il libro: tanto Angel ve lo dice subito che quelle tre persone non ci sono più, in un modo o nell'altro), e per giungere anche lei ad una qualche comprensione.
Angel cerca ad ogni modo di rimanere legata alla realtà, di non distaccarsene come hanno fatto le persone a lei care, perse nel cercare di parlare con i morti e di comprendere il mistero di Dio, ma in fondo anche ha il suo modo per fuggire dal mondo reale, ed è la via della cultura e della letteratura, che tutto spiega e fa sì che tutto sia già stato visto e capito, attraverso i pensieri e gli scritti di qualcun altro; così Angel, eterna studentessa universitaria, che ha letto la Commedia di Dante in una notte, cerca di uscire dalla spirale di morte, fra molti sensi di colpa e molti vuoti. Fino a che la stessa Angel inizierà a guardare all'altro mondo in modo diverso, in occasione della Trasmigrazione (leggete il libro, non vi svelo il finale) del vescovo, chiedendosi se sia reale o meno, se crederci o meno, ma dando l'impressione che anche lei di fronte al mistero di Dio e della morte si arrenda al fluire degli eventi, e forse trovi una consolazione.
Immaginato da PhilipDick
alle 09:23 /
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# libri, immaginario, philip dick e immaginaridickiani
[domenica, 11 febbraio 2007]
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Divina invasione
Herb Asher se ne stava tranquillo nella sua cupola su uno sperduto pianeta in un altro sistema stellare quando Dio gli ha parlato e gli ha comunicato che avrebbe dovuto sposare Rybis Rommey, la sua vicina di cupola, perché la donna aspettava suo figlio.
Ricorda qualcosa a qualcuno? Riassunto all'estremo Divina Invasione, secondo romanzo della trilogia di Valis di Philip K. Dick, parla di questo, della venuta del nuovo Salvatore, che in realtà è Dio stesso.
Divina Invasione è la messa in opera della cosmogonia che Dick ha sviluppato nel corso di anni e spiegato in Valis: per Dick l'universo è duale, composto da un lato reale e da un altro irreale, pura informazione, un velo di illusione creato da una divinità scissa in due che così ha fermato il tempo trasformandolo in spazio (citazione dalla Saga dei Nibelunghi di Wagner che Dick cita continuamente); in realtà noi saremmo ancora in epoca romana, solo lo spazio intorno a noi sarebbe cambiato per darci l'illusione dello scorrere del tempo. Il Dio di Dick è molto vicino a quello della tradizione gnostica, un Dio che ha creato l'universo e allo stesso tempo il suo antagonista che ha coperto con un velo la realtà vera.
Divina Invasione racconta allora del tentativo di Dio di porre termine alla sua scissione e di riacquistare unità: per far ciò bisogna superare l'illusione in cui vive l'umanità, ma Dio stesso crea illusioni e vive all'interno di una illusione. Solo la piena coscienza della natura divina gli dà il potere di controllare entrambi i piani dell'universo, e a quel punto Dio illumina chiunque riesca a scoprire la natura illusoria della realtà (virtuale, diremmo oggi alla luce di un immaginario, quello contemporaneo, che tanto deve a Dick) e vivere allora la miglior vita possibile, che forse è a sua volta un'altra illusione.
Chi ha familiarità con la narrativa di Dick navigherà bene fra queste pagine e quelle di Valis, anzi potrà comprendere meglio il continuo scivolamento reciproco fra realtà e irrealtà che è il tema principale di tutta la sua opera: ricordo ancora che è la seconda volta che leggo la Trilogia, e finalmente tutto si incastra.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:00 /
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# libri, immaginario, philip dick e immaginaridickiani
“L’irreale è più potente del reale. Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione a cui può spingersi l’immaginazione. Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee, i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce. La gente, bé… la gente muore.”
Chuck Palahniuk
(Soffocare)
“L'immaginario è un luogo senza tempo e senza spazio, come il delirio degli schizofrenici. C'è chi come loro vi resta impigliato e non riesce più a trovare la strada del suo corpo”
Valerio Evangelisti
(Nicolas Eymerich, inquisitore)
“Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d'ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio”
Neil Gaiman
(Sandman - A Midsummer Night's Dream)
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