:: PHILIP DICK
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:: IMMAGINARIO
...è tutto quello che forma le nostre idee, il nostro
modo di leggere il mondo, di rapportarci ad esso e agli altri. L'immaginario
in cui siamo immersi è formato da tante cose: cinema, libri, tv, fumetti,
pubblicità, sport e naturalmente ciò che
accade nel mondo. E ancora, lo sviluppo tecnologico, i computer, Internet
e tutto ciò che ci fa comunicare con il mondo.
La nostra cultura è fatta di “immagini” che provengono da tutto ciò e che diventano importanti anche senza accorgercene: sono “fantasmi semiotici” in cui si racchiude il significato di quello che è la nostra società, una società che si sostiene anche con l’immateriale delle idee e dei concetti.
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Sto leggendo: Per ora nulla,
Ultimi libri letti: Boh, chi si ricorda...
Autori e libri preferiti: Philip Dick (UBIK, MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE, LE TRE STIMMATE DI PALMER ELDRITCH, UN'OSCURO SCRUTARE, I SIMULACRI, L'UOMO NELL'ALTO CASTELLO, SCORRETE LACRIME DISSE IL POLIZIOTTO, LABIRINTO DI MORTE, L'ANDROIDE ABRAMO LINCOLN, NOI MARZIANI, CRONACHE DEL DOPOBOMBA, LA TRILOGIA DI VALIS), J.R.R. Tolkien (IL SIGNORE DEGLI ANELLI), William Gibson (NEUROMANTE, AMERICAN ACROPOLIS, LA NOTTE CHE BRUCIAMMO CHROME), J.G. Ballard (CRASH, IL MONDO SOMMERSO, LA MOSTRA DELLE ATROCITA', IL CONDOMINIO, L'IMPERO DEL SOLE), Bruce Sterling (LA MATRICE SPEZZATA, CAOS USA, LO SPIRITO DEI TEMPI, FUOCO SACRO), Haruki Murakami (DANCE DANCE DANCE), Luhter Blisset/Wu Ming (Q, HAVANA GLAM, 54, ASCE DI GUERRA, MANITUANA), Don DeLillo (UNDERWORLD, MAO II, AMERICANA, COSMOPOLIS), David Foster Wallace (INFINITE JEST), Jack Kerouac (SULLA STRADA), Joe R. Lansdale (RUMBLE TUMBLE, MANEGGIARE CON CURA, IN FONDO ALLA PALUDE, ECHI PERDUTI, LA SOTTILE LINEA SCURA), Chuck Palahniuk (SURVIVOR, SOFFOCARE), Kurt Vonnegut (MATTATOIO N. 5, LA COLAZIONE DEI CAMPIONI, LE SIRENE DI TITANO), Edward Bunker (COME UNA BESTIA FEROCE, CANE MANGIA CANE, LITTLE BOY BLUE, EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA), Matt Ruff (ACQUA, LUCE E GAS), Valerio Evangelisti (Eymerich vari, METALLO URLANTE, ANTRACITE), Niccolò Ammaniti (TI PRENDO E TI PORTO VIA), Girolamo De Michele (TRE UOMINI PARADOSSALI, SCIROCCO), Philip Roth (PASTORALE AMERICANA, IL COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA), Giuseppe Genna (DIES IRAE, NEL NOME DI ISHMAEL), Robert A. Heinlein (UNIVERSO, STRANIERO IN TERRA STRANIERA) e poi Italo Calvino (SE UNA NOTTE DI INVERNO UN VIAGGIATORE, LE CITTA' INVISIBILI, LE COSMICOMICHE), John Fante (CHIEDI ALLA POLVERE, LA CONFRATERNITA DELL'UVA), Walter Tevis (LA REGINA DEGLI SCACCHI), “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, i racconti di E.A. Poe, Isaac Asimov, Johnatan Coe, Nick Hornby, Carlo Lucarelli, Umberto Eco, Daniel Pennac, Stefano Benni, Neil Gaiman, Charles Bukowski e ancora...
IMMAGINA UN CINEMA
Film preferiti: In ordine sparso, tutto Kubrick (su tutti ARANCIA MECCANICA, 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO e FULL METAL JACKET), BLADE RUNNER, tutto Tarantino (PULP FICTION e KILL BILL vol.1 in particolare, ma anche LE IENE), MATRIX, 1997 FUGA DA NEW YORK, THE BLUES BROTHERS, i film di David Cronenberg (EXISTENZ, LA MOSCA, VIDEODROME, IL PASTO NUDO, CRASH), STAR WARS, ALIEN e ALIENS, APOCALIPSE NOW, LA 25a ORA (e altri film di Spike Lee), IL SIGNORE DEGLI ANELLI, METROPOLIS, TRUMAN SHOW, FIGHT CLUB, NATURAL BORN KILLERS, i film di Park Chan Wook (OLD BOY, LADY VENDETTA, MR. VENDETTA), i film di Woody Allen (MANHATTAN, IO E ANNIE, MATCH POINT, IL DITTATORE DELLO STATO LIBERO DI BANANAS, PROVACI ANCORA SAM) i film di Jim Jarmusch (GHOST DOG, DEAD MAN, DAUNBAILO'), L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE, BRAZIL, ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND, MULHOLLAND DRIVE, SIN CITY, V PER VENDETTA, e poi una spruzzata di Hitchcock, di Scorsese, dei fratelli Coen (IL GRANDE LEBOWSKI, BARTON FINK, FARGO)
IN TV E DA ALTRE PARTI
I SIMPSON, X-FILES, FUTURAMA, la Roma, il ciclismo, la mia città (Roma), i fumetti DISNEY (Carl Barks e Don Rosa), la fantascienza, Neon Genesis Evangelion, Report, Gli album di Marco Paolini, i programmi di Radio Due, i fumetti di Frank Miller (Sin City), di Jean Giraud, alias Moebius, di Enki Bilal, Sandman (di Neil Gaiman)
[sabato, 05 gennaio 2008]
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Le promesse provenienti dall'est
L'ultimo film di David Cronenberg, La promessa dell'assassino (pessimo titolo italiano di Eastern Promises), è l'ennesimo capolavoro di un regista che ha ormai il suo posto nella storia del cinema: non ho problemi a sbilanciarmi.
La vicenda è semplice, forse. Una ragazzina russa, poco prima del giorno di Natale, muore di parto in un ospedale londinese in circostanze misteriose, mettendo alla luce una bimba; una giovane dottoressa di origini russe, Anna (la bellissima e bravissima Naomi Watts: sarà rimasta in mente a molti dai tempi di Mulholland Drive), tiene il suo diaro e cerca chi glielo possa tradurre rivolgendosi prima allo zio Stipan e, dopo un litigio, al proprietario di un ristorante russo il cui biglietto da visita ha trovato nel diario. Ben presto Anna scopre la terribile verità, che forse sospettava fin dall'inizio: la ragazza era tenuta schiava e sfruttata dalla mafia russa di Londra. Nell'avvicinarsi alla verità Anna sfiora le trame della vor con la volontà di trovare la vera famiglia della bambina, il cui destino è ormai indissolubilmente legato al suo.
Eastern Promises è un film chiaro, netto, un noir che segue con rigore le regole del genere ma è anche un film ambiguo, fatto di chiaroscuri, di contrasti. E' un thriller dove il sangue scorre il giusto, con avvincenti scene d'azione (bellissimo il combattimento fra Viggo Mortensen, nudo e a mani nude, e due spietati killer in una sauna) ma nel quale c'è di più. Ho giusto pubblicato ieri un post su Luce ed Ombra e come queste nutrano e si nutrano dell'immaginario (e non a caso ho chiuso il post con il video dell'inizio di un altro grande film di Cronenberg, A History of Violence), e Eastern Promises rientra poprio in questo discorso, pienamente.
Ho detto di un film fatto di contrasti. Contrasti fra la Londra che tutti noi conosciamo e quella sotterranea della criminalità organizzata (l'underworld, mi verrebbe da dire citando forse a sproposito, ma non troppo, DeLillo), contrasti fra i personaggi principali del film e all'interno di loro stessi. Come nel precedente film girato con Viggo Mortensen, Cronenberg ci racconta che il male si può nascondere dietro la porta di casa, celarsi nelle forme più insospettabili, basta soltanto saper guardare. L'ambiguità è nei personaggi stessi: è ambiguo Kyrill (Vincent Cassel), figlio inetto di un capomafia, dedito all'alcol e a loschi traffici ma in realtà senza essere realmente tagliato per il ruolo di erede della famiglia; è ambiguo l'autista di Kyrill, Viggo Mortensen (perdonatemi se non ricordo, anzi non l'ho proprio capito, il nome del personaggio: comunque grandissima interpretazione, secondo me), spietato, freddo, un vero professionista che cela però qualcosa, che mostra a suo modo una qualche umanità.
La promessa dell'assassino è quindi più di un thriller perché dipinge ritratti vividi, iperreali, in cui i sentimenti, anche quelli dei mafiosi russi, emergono da sotto la superficie delle parole, e per sentimenti intendo quello che sgorga dall'emotività umana, anche sentimenti negativi, anche il piacere per il male. E' la forza del cinema o della letteratura di genere, soprattutto quando parliamo di grandi autori come Cronenberg. Infine, è un film che si presta a più letture: vi terrà attaccati alla poltrona mentre cercherete di capire come evolverà la trama, ma vi costringerà ad interrogarvi su come vi comportereste voi in una situazione come quella di Anna (perché non andare subito dalla polizia, per esempio? il fascino del male, di vedere cosa c'è sotto la vita normale di ogni persona comune?), a chiedervi quanto vicende simili sono vicine a casa vostra (il traffico di donne costrette a prostituirsi avviene anche nelle nostre città, vicino le nostre case; non dimentichiamo poi che in Italia abbiamo la mafia doc), se e quante volte girereste la testa dall'altra parte e proseguireste nelle vostre vite lasciando da parte quel mondo sotterraneo che sotterraneo non è.
Ps: un'ultima nota, è un film da vedere in lingua originale (cosa che farò non appena uscirà il dvd), credo che il doppiaggio italiano abbia compiuto qualche scempio, visto che ci sono molte scene nelle quali i protagonisti parlano in russo... ho letto da qualche parte che Mortensen e Cassel hanno studiato russo per questo film.
Immaginato da PhilipDick
alle 11:34 /
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# cinema, immaginario
[venerdì, 04 gennaio 2008]
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Di luce, di ombra, di male ed immaginario
Oggi parliamo di luce, di ombra, di male e di immaginario a partire da un interessante articolo che ho letto su Carmilla.
Scrive Danilo Arona che nella nostra epoca si conferma l'idea di una studiosa americana che parlò dei serial killer come epifenomeno dell'Apocalisse. Sì dell'Apocalisse, avete letto bene. Naturalmente si parla di Apocalisse sociale e culturale che affonda nell'inconscio (individuale e collettivo, direi io), quindi non aspettatevi l'arrivo degli angeli.
Il filo del discorso parte dalla distinzione junghiana fra luce ed ombra. L'Ombra è l'antitesi della Luce, così come l'inconscio si definisce per contrasto con la coscienza. L'Ombra esiste solo perché esiste la Luce, e più forte è la Luce più forte è l'Ombra: in assenza di luce, di buio totale non esisterebbero ombre. L'Ombra non è per definizione il Male ma, è il ragionamento dell'autore dell'articolo, sta trasformandosi in qualcosa che riguarda sempre meno l'individuo e sempre più la massa, trasformandosi in Male sociale perché nell'epoca della visibilità più forte (la luce mediatica) si sviluppano anche le ombre più forti, la realtà scompare, come diceva Baudrillard (e io direi, tirandolo dentro per le orecchie, anche Dick), sostituita dai simulacri dei media.
Seconde considerazioni. Il giornalismo moderno, come lo conosciamo oggi, mette le sue radici intorno alla metà dell'Ottocento in Inghilterra; il romanzo di Stevenson "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde" è del 1886 e parla proprio di Luce ed Ombra, e di un serial killer; il primo serial killer della storia (almeno il primo registrato come tale) è notoriamente Jack Lo Squartatore, che agì a Londra fra il 1887 ed il 1889. La seconda metà dell'800 fu quindi un epoca centrale, in cui inizia a prendere forma quella che sarebbe diventata la moderna società di massa e nella quale il contrasto fra Luce ed Ombra si fa più forte: aumenta la visibilità mediatica e crescono le manifestazioni dell'Ombra (c'è chi ha scritto che Jack rappresentava l'inconscio dei londinesi a lui contemporanei).
Ecco, continuando a seguire il ragionamento di Arona, che arriviamo all'aspetto che più mi interessa, il legame sempre più forte fra Luce, Ombra ed immaginario. I delitti dei serial killer, da Jack The Ripper in avanti, hanno nutrito l'immaginario: attraverso la cronaca certe immagini sono entrati nella nostra cultura, si sono sedimentate. E a sua volta questo immaginario fatto di libri, film, fumetti, tv che tanto bene hanno raccontato l'Ombra, portandola alla Luce, fa crescere l'Ombra stessa nell'inconscio collettivo. Qui Arona scrive che è la luce mediatica che ha fatto e fa moltiplicare i serial killer, la ritualità degli omicidi seriali esiste proprio perché se ne parli ed emerga alla luce.
Non sono un esperto di psicologia o criminologia quindi non mi interessa più di tanto discutere dei serial killer, sono però affascinato da ogni discorso che pieghi sull'immaginario. Realtà ed immaginario sono indiscutibilmente legati, ed il loro rapporto, direi, è biunivoco, sono due fenomeni che si nutrono l'uno dell'altro. L'immaginario riflette la realtà a modo suo, a volte in maniera realistica altre volte prendendo le strade del fantastico tout court (intendo in maniera molto ampia, forse non correttamente, i generi, tutti i generi, che, volenti o meno, sono definiti per contrasto rispetto alla narrativa, termine per certi versi diventato a sua volta connotazione di genere, un genere che non riguarda i generi).
L'immaginario (e forse quello di genere di più ancora) è legato all'inconscio, a quell'inconscio di massa che prende il nome di immaginario collettivo. Sarebbe una banalità a questo punto affermare che amiamo i generi, alcuni generi in particolare, perché alimentano un immaginario che esiste solo in quanto proiezione della realtà, di qualsiasi realtà, che non vivremo mai per davvero ma che fanno scattare qualcosa in noi, qualcosa sepolto nell'inconscio, nell'Ombra, appunto. E' una banalità ma lo affermo. L'immaginario ci ricorda l'esistenza dell'Ombra, per questo, direi, è indispensabile.
Immaginato da PhilipDick
alle 09:40 /
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# immaginario, sofie
[giovedì, 27 dicembre 2007]
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Sognatore
Ho visto un film che è un vero gioiello, L'arte del sogno di Michel Gondry, l'autore di questa altra pellicola qua che ho adorato.

Gondry ha confezionato un film di una delicatezza e di una dolcezza incredibili: Stephane, il protagonista, è un giovane grafico sempre perso nei suoi sogni, al punto da non riuscire spesso a distinguere la realtà dalla fantasia, totalmente immerso nel suo mondo fatto di immaginario, apparentemente senza né capo né coda. Stephane vive quindi fra animali di pezza che prendono vita, cellophane al posto dell'acqua, fantastiche ed improbabili invenzioni, amicizie ed amori che nasocno e finiscono senza sapere bene perché, visto che la realtà non corrisponde mai al suo sogno oppure è il sogno che non corrisponde alla realtà.
Non ho molto da dire su questo film (che tra l'altro ha un'ottimo cast, con Gael Garcia Bernal e Charlotte Gainsbourg), se non consigliarvi di guardarvelo in dvd alla prima occasione utile. Una volta ero molto più propenso a scrivere recensioni, per oggi accontentatevi.
Immaginato da PhilipDick
alle 12:08 /
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# cinema, immaginario
[giovedì, 20 dicembre 2007]
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La lotteria della vita
Come già segnalato,nei giorni scorsi ho letto Lotteria dello spazio, il primo romanzo pubblicato da PKD nell'ormai lontano 1955. Si tratta di un romanzo che, per chi ha avuto la fortuna di leggerlo allora, rivelava già il talento di quel grand'uomo.
In Solar Lottery, il mondo è governato dalle leggi del caso, anzi più precisamente dalla regola del minimax: chiunque sia in possesso della agognata tessera professionale può partecipare alla più grande lotteria che ci sia mai stata nella quale periodicamente un fortunato vince la possibilità di diventare Quizmaster, la più alta istituzione sul pianeta. Quella descritta da Dick è una società rigidamente divisa in classi, fra have e have not, fra chi ha la capacity card e chi non ce l'ha, che viene escluso e lasciato ai margini, nella quale ogni persona classificata giura fedeltà ad un padrone, sia esso una persona o, più spesso, una Hill, una grande corporazione economica, che provvederà ai suoi bisogni garantendogli una vita ricca e comoda. Una categoria a parte sono i telep, che per la loro capacità di predire il futuro sono costretti o ad entrare nella Squadra che presiede alla sicurezza del Quizmaster o ad essere emarginati proprio in virtù delle loro doti.
Quello che è davvero interessante, al di là della vicenda, che ho trovato comunque molto avvincente, è la caduta di valori, di passioni e di interessi in questa questa Terra del futuro, nel solco del tradizionale genere distopico, i cui abitanti vivono per il Quiz, per gli spettacoli televisivi e per l'omicidio. Sì, omicidio, perché in una società del genere, basata sul minimax, alla fortuna di chi diventa Quizmaster deve corrispondere anche quella di una persona che, nel pieno di rispetto di regole ritualizzate, viene sorteggiato, in diretta tv, per tentare di uccidere il capo e prenderne il posto.
In questo contesto si muovono le vicende di Ted Benteley, il prodromo del tipico personaggio dickiano, uomo comune a suo modo in qualche modo mediocre ma, rispetto ai personaggi che Dick svilupperà negli anni successivi, con dentro di sé una fiammella di speranza e di voglia di reagire per contribuire a costruire un mondo migliore, per una società più giusta che non sia governata da un gioco: non si può non leggere nelle parole che Ted pronuncia contro il sistema una critica che Dick faceva agli Stati Uniti e alla società occidentale.
I guai per Benteley iniziano quando, rotto il patto con una delle Hill, fa il suo giuamento al Quizmaster Verrick, non sapendo che è caduto di sella: l'urna ha estratto un nuovo nome, il misterioso Leon Cartwright. Verrick ha ordito un complotto per tentare di riprendere il suo posto, coinvolgendo fra gli altri proprio Benteley. Non vi dico come prosegue, vi lascio la sorpresa.
Come dicevo all'inizio, in questo libro Dick è già Dick. Il lettore abituale di PKD ritroverà alcune delle tematiche tipiche della sua letteratura, che nei decenni successivi svilupperà con maggiore profondità filosofica, psicologica e sociologica: il simulacro, la religione e la speranza nell'arrivo di qualche Messia diffusa quasi a livello di superstizione, l'alienazione dell'uomo nella società ipertecnologica.
Buona lettura.
Immaginato da PhilipDick
alle 08:53 /
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# libri, immaginario, philip dick e immaginaridickiani
[lunedì, 26 novembre 2007]
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Non capisco niente di scacchi
Due post in meno di 24 ore, non vi ci abituate.
Libero per un giorno dagli impegni del master (libero perché mi sono preso una giornata per non fare niente e perché ieri non avevo consegne, altrimenti le cose da studiare non mancherebbero...) mi sono immerso nella lettura come non facevo da tanto tempo, passando l'intera giornata (d'accordo non avevo niente di meglio da fare) fra le pagine di un romanzo, secondo me, fantastico, un vero gioiello: La regina degli scacchi, di Walter Tevis.
Ho iniziato a leggere le avventure di Beth Harmon due-tre giorni fa e ieri mi sono divorato le rimanenti 300 pagine senza quasi accorgermi dello scorrere del tempo.
Beth ad otto anni rimane orfana e viene affidata ad una casa per minori: è una bambina insicura, piena di paure, ma scopre di avere una passione, ed un talento, gli scacchi, talento che la arcigna direttrice della scuola tenterà di tarpare. Beth cresce immaginando nella sua testa le partite di scacchi, studiando le varianti più note, immaginando i pezzi che si muovono sulla scacchiera in una danza perfetta, scovando corridoi e pertugi attraverso i quali far passare i suoi pedoni, cavalli, alfieri e regine che solo lei riesce a vedere. Beth però cresce anche con una pericolosa dipendenza dai tranquillanti, cosa che continuerà anche dopo che, a 13 anni, sarà adottata.
La regina degli scacchi racconta la vita di una giovane scacchista, bambina prodigio che quando inizia a partecipare ai primi tornei stupisce tutti col suo stile di gioco aggressivo ed intuitivo, ed è scritto così bene che pur senza capire niente di scacchi e di cosa significhi mettere un pedone in d5 il lettore non può non desiderare di vedere come andrà a finire, se Beth coronerà il suo sogno e batterà i più grandi scacchisti del mondo.
Ma al centro c'è sempre e comunque Beth, prima bambina, poi adolescente ed infine giovane donna, che scopre la vita a poco a poco ma sempre senza godersela perché al primo posto vengono gli scacchi e solo gli scacchi, non imparando a gestire i rapporti umani, non traendo grande godimento dal sesso, poco attenta alle amicizie; il lettore segue le vicende di Beth, con tutte le sue debolezze ed insicurezze e con la sua incredibile forza davanti ad una scacchiera, e spera che Beth cresca e trovi le sue rivincite nella vita. E alla fine Beth cresce, cresce per davvero quando intuisce che rischia di sprecare il suo talento e di perdere le cose davvero importanti, ma dietro l'angolo vi sono sempre gli scacchi, sempre e comunque.
Come detto, ho trovato favoloso questo romanzo, era tanto tempo che un libro non mi risucchiava così al suo interno per lasciarmi solo all'ultima pagina. Si tratta poi di un libro che non ho potuto fare a meno di ricollegare ad un altro capolavoro che ho letto lo scorso anno, Infinite Jest di David Foster Wallace, sicuramente influenzato da Tavis, per esempio nella tematica della dipendenza dai farmaci o per quella competizione (negli scacchi in Tavis, nel tennis in Wallace) che riassume in modo totalizzante la vita dei giovani protagonisti.
Insomma leggetelo!
Immaginato da PhilipDick
alle 09:03 /
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# libri, immaginario
[venerdì, 31 agosto 2007]
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Distillato
Immaginato da PhilipDick
alle 09:15 /
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# libri, immaginario
[domenica, 01 luglio 2007]
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Regno a venire, di J. G. Ballard
Finalmente dopo oltre un mese, tantissimo per i miei standard, ho terminato di leggere l'ultimo romanzo di James Ballard, sicuramente, e non lo dico solo io, uno dei più importanti scrittori contemporanei, Regno a venire.
L'ultrasettantenne Ballar continua ad esplorare i comportamenti dell'uomo contemporaneo immerso nella società di massa, le sue pulsioni ed i suoi istinti. Come già in altri libri Ballard costringe il lettore a guardare in faccia la sua stessa realtà, a chiedersi se anche lui in certe circostanze potrebbe diventare vittima delle follie collettive, prima che individuali, che si sviluppano nei luoghi dell'immaginario contemporaneo, che siano un quartiere residenziale o un centro commerciale.
E proprio un centro commerciale, un non-luogo per eccellenza, è il fulcro intorno al quale ruotano le vicende di Richard Pearson, pubblicitario disoccupato che finisce nel sobborgo londinese di Brooklands, sobborgo dove crescono e trovano spazio razzismo e violenza e l'unico punto di ritrovo della comunità è il paese dei balocchi rappresentato dal grande spazio commerciale. La morte di un padre in realtà mai conosciuto davvero farà sì che Richard si confronti ed in qualche modo entri a far parte della cultura consumista che, visto il suo lavoro, ha contribuito a creare.
Brookland potrebbe essere il sobborgo di qualsiasi città, anche nelle nostre, dove interi quartieri sorgono e si sviluppano intorno ai centri commerciali, unico vero punto aggregante di queste nuove comunità, che sognano solo il consumo, consumo che, ci fa intravedere Ballard, definisce le identità orfane delle ideologie politiche e della religione, sostituite dalle nuove ideologie e religioni del consumo, appunto.
Un mondo fatto di tessere fedeltà, di sconti, di tv al plasma, di cellulari ipertecnologici, che anestetizza un po' tutto, col risultato di una violenza repressa che potrebbe esplodere oppure potrebbe essere usata per una nuova forma di controllo sociale, per un neo-fascismo basato sulla libertà di comprare e di consumare per soddisfare bisogni indotti.
Ballard delinea ancora una volta uno scenario apocalittico in cui le psicopatologie collettive esplodono in modo iper-reale, troppo vere per essere reali, eppure lascia sempre l'impressione che se osservate bene i vostri vicini di casa, i passanti, tutti quelli che incontrate nei vostri centri commerciali preferiti potreste leggere loro in faccia qualcosa che non vi piacerà. Non vi specchiate.
Leggere Ballard significa vaccinarsi, prendere coscienza di come muti la società di massa, purtroppo è un vaccino che, ho paura, prendono in pochi.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:29 /
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# libri, immaginario, ballard
[domenica, 24 giugno 2007]
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Un nuovo tipo di democrazia
"Parlo di adesso. Vedo in lei l'uomo di domani. Il consumismo è la porta verso il futuro e lei sta aiutando ad aprirla. La gente accumula capitale emotivo oltre che soldi in banca e ha bisogno di investire quelle emozioni in una figura di leader. Non ha bisogno di fanatici in divisa che delirino affacciati a un balcone. La gente vuole un presentatore televisivo con degli ospiti che parlino con garbo di faccende che la riguardino direttamente. E' un nuovo tipo di democrazia, si vota alla cassa invece che alla urne. Il consumismo è lo strumento migliore mai inventato per controllare le persone. Nuove fantasie, nuovi sogni, nuove antipatie, nuove anime da salvare. Per qualche strana ragione chiamano tutto questo shopping. Ma in realtà è la forma più pura di politica. E lei ha la stoffa del leader. Anzi, direi addirittura che lei potrebbe guidare il paese."
[...]
"Però c'è un problema: qual'è il messaggio da comunicare?"
"Il messaggio?" Mi alzai di scatto facendo cenno a Cruise di rimanere seduto. "I messaggi fanno parte della vecchia politica e lei non è un Fuhrer che sbraita ai suoi soldati. Questa è la politica vecchia. La politica nuova parla dei sogni e delle necessità delle persone, delle loro speranze e delle loro paure. Il suo ruolo è quello di dare più potere a queste persone Lei non dice al suo pubblico cosa pensare. Lei li fa uscire allo scoperto, li incoraggia ad aprirsi e dire cosa provano".
"Facciamo a meno di slogan e messaggi?"
"Niente slogan, niente messagg. Una nuova forma di politica. Niente manifesti, niente impegno. Nessuna risposta facile. Sono loro a decidere cosa vogliono. Il suo compito è quello di preparare uno scenario e creare un clima giusto. Lei li guiderà perché sarà in grado di percepire i loro umori. Pensi a un branco di gnu nella pianura africana. Sono loro a decidere dove andare".
J. G. Ballard - Regno a venire
Immaginato da PhilipDick
alle 11:12 /
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# libri, immaginario, ballard
[venerdì, 25 maggio 2007]
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Oggi è giorno di festa
A tutti i cavalieri Jedi che negli ultimi tempi hanno sentito scemare in loro la Forza ricordo che oggi è lo Universal Day of the Jedi.

Che la Forza sia con voi, non lasciatevi prendere dal lato osucro! Oggi anche io dovrò ricorrere a qualche trucco jedi per superare il test di inglese, che la Forza sia con me.
ps: grazie Simo che mi hai ricordato l'importanza di questo giorno!
Immaginato da PhilipDick
alle 08:12 /
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# immaginario, diario e pensieri vari
[mercoledì, 09 maggio 2007]
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Un po' di narcisismo e un po' di riflessioni su Internet
Inizio questo post di oggi segnalando che Immaginaria ha ricevuto un inaspettato "riconoscimento" (lo metto tra virgolette perché sottolineo l'ironia del termine riconoscimento, cercando di evidenziare comunque che si tratta di una cosa che fa piacere sia al blog sia al suo autore). Il mio blog preferito è stato citato e linkato dai Wu Ming sull'ultimo numero di Giap, la loro newsletter, per la recensione che ho postato qualche giorno fa di Manituana. Devo dire, con molta vanità, che questa nuova visibilità mi fa davvero piacere. 
Ora vengo alle cose serie. Intanto vi invito a leggere questo post pubblicato qualche giorno fa da Vittorio Zambardino sul suo blog. Zambardino spiega molto chiaramente come il tentativo di Microsoft di acquistare Yahoo! in funzione anti-Google faccia parte di una tendenza complessiva che stanno vivendo il web e più in generale i vecchi media; il Web è un medium giovanissimo ed i grandi gruppi cercano di conquistare posizioni di mercato che integrino sempre più la rete, i contenuti ed i servizi (e questo riguarda anche i vecchi media, che cercano di non farsi soffiare il loro mercato dai new: si veda il tentativo di Murdoch di papparsi il gruppo che controlla il Wall Street Journal, prima che ci pensi qualche colosso del Web).
A questo si aggiungono alcune riflessioni che prendo in tutto o in parte da un libro che consiglio a tutti di leggere per comprendere quanto questa guerra fra Microsoft e Google non riguardi solo i loro profitti ma tutti noi; il saggio in questione è Luci e ombre di Google. Futuro e passato dell'industria dei metadati, da poco pubblicato su carta ma già da qualche mese scaricabile liberamente sul sito del gruppo di ricerca autore del volume, Ippolita. Si tratta di un libro sul più potente e usato motore di ricerca al mondo ma soprattutto sull'evoluzione della cultura e dell'economia della conoscenza nel mondo contemporaneo.
Sempre più spesso quando vogliamo sapere qualcosa lo cerchiamo con Google ("Lo cerco su Google"), perché il motore di ricerca ci dà risutati affidabili, ci indirizza verso pagine che nell'ambito che stiamo cercando sonon generalmente ritenute più affidabili (in questo entra in gioco l'algoritmo di ranking che sta dietro le ricerche di Google). Solo che ci sono degli aspetti da considerare, che riassumerei in poche righe:
Insomma, gli autori di questo libro espongono una critica politica a Google ed al modello che sta imponendo: non si tratta di non usare Google ma di essere consapevoli che non si tratta di uno strumento neutro, a dispetto della tranquillizzante interfaccia. Controllare la rete è impossibile, gestire però l'accesso ai contenuti indicando certi percorsi e tagliandone altri però è possibile. Microsoft, Google, Yahoo!, i grandi gruppi editoriali si stanno fronteggiando per poter gestire in modo quasi monopolistico i servizi di accesso alla conoscenza, lasciandoci nell'illusione che tutto sia a nostra disposizione, come lo vogliamo noi, fornendoci servizi accattivanti sempre più mirati alle nostre esigenze.
Ovviamente io stesso uso Google, e forse anche quelli di Ippolita (altrimenti come farei a vedere le risposte alle domande di un quiz televisivo?). Vi rimando al libro per argomentazioni più approfondite e precise delle mie: la questione è solo una, prendere coscienza di quante cose ci sono dietro la semplice interrogazione ad un motore di ricerca.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:48 /
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# immaginario, internet e new media
[venerdì, 04 maggio 2007]
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Sentirsi come un mohawk
Come avevo accennato la scorsa settimana, ho letto l’ultimo romanzo dei Wu Ming, libro che si aggiunge alla lista di libri che provo a consigliare da questo blog.
Manituana. Cos’è o chi è Manituana? Solo il suono di questa parola affascina, fa pensare a qualcosa di magico e misterioso, ed infatti è così: una antica leggenda indiana individua in Manituana le terre che il Padrone della Vità donò agli indiani che abitavano le zone fra gli attuali Stati Uniti e Canada, terra che si frantumò nelle isole del San Lorenzo (nel romanzo Molly Brant racconta questa leggenda molto meglio ed in modo molto più suggestivo).
I Wu Ming si sono immersi nella Storia e ne sono emersi con una pietra grezza che hanno lavorato fino ad ottenere questo romanzo che non saprei definire in maniera diversa se non affascinante: un romanzo storico, certo, ma anche un romanzo di avventura, di amori, guerra, magie, fantasmi, vento, acqua, terra e fuoco.
Manituana è ambientato principalmente fra il 1775 ed il 1779, gli anni della rivoluzione americana e della nascita di una nazione, gli Usa ovvio. Di quella storia generalmente sappiamo poco, se non, semplificando al massimo, che gli “eroi” della libertà combatterono contro il giogo inglese. Ma le cose andarano veramente così? Dal loro viaggio nella Storia i Wu Ming sono tornati con qualcosa di molto più complesso, perché non fu una guerra fra i cattivi inglesi ed i buoni patrioti americani ma si trattò di una guerra civile, cruenta e sanguinosa, che si combatté anche con la guerriglia, con eccidi, con stupri etnici.
Come recita la quarta di copertina del romanzo, “una storia dalla parte sbagliata della Storia”, quella di chi ne uscì sconfitto, gli americani lealisti ed i nativi americani delle Sei Nazioni Irochesi (Mohawk, Cayuga, Oneida, Onondaga, Seneca, Tuscarora), alleati degli “inglesi”.
Definiamo ancora il contesto. In quello che era il New England, Sir William Johnson era il commissario per gli affari indiani nominato dalla corona inglese; Sir William (che assunse il nome indiano di Warraghiyagey, “Conduce grandi affari”) stabilì rapporti di rispetto reciproco con le nazioni indiane, le quali continuarono a vivere prosperando nelle loro terre e nei loro villaggi; fra coloni ed indiani c’erano relazioni di ogni genere, commerciali, culturali ed anche familiari (lo stesso Sir William sposò una donna mohawk, Molly Brant, che gli diede otto figli). Tutto questo fino alla morte del commissario, poi venne la guerra.
Manituana si rivela subito un romanzo corale, come tipico nei libri del collettivo Wu Ming, ma emergono chiaramente alcuni protagonisti, realmente esistiti, Joseph Brant Thayendanega (“Lega due bastoni”), fratello di Molly, Philip Lacroix Ronaterihonte, detto le Grand Diable per la sua aura di guerriero leggendario, la stessa Molly Brant, dai misteriosi poteri e dal grande carisma sulla sua gente.
Allo scoppio della guerra le Sei Nazioni devono scegliere con chi stare: i Mohawk garantiscono la loro fedeltà alla famiglia Johnson, le altre Nazioni sono più ondivaghe; non tutti gli indiani capiscono che non si tratta soltanto di una guerra tra bianchi ma che in ballo vi sono le proprie terre ma soprattutto la loro esistenza. Questo è un punto cruciale del romanzo e della Storia: sarebbe potuto cambiare tutto, o forse no; forse gli indiani avrebbero continuano a prosperare e vivere pacificamente con i bianchi o forse sarebbero stati comunque sterminati, ma quel che è certo che i Wu Ming hanno colto un nodo importantissimo della Storia.
La guerra prosegue va avanti, il lettore sa come andrà a finire ma i Wu Ming creano una architettura narrativa perfetta che lo incastra e non lascia andar via, nella quale ogni personaggio ha il suo ruolo, cresce, matura, diventa un capo o un guerriero, come Joseph e suo nipote Peter, trasformati da un viaggio a Londra, dove incontreranno il re per suggellare l’alleanza della loro nazione all’Inghilterra.
Il lettore viene trasportato in quell’epoca ed in quei luoghi: sente i profumi delle foreste, la voce del vento ed i rumori della terra attraverso Molly e Philip, guerriero e cacciatore solitario che scende in guerra in nome di un’antica fedeltà; scorrendo le pagine vede le battaglie, cruente, senza censure, gli uomini scalpati, il sangue che scorre a fiumi, il dolore portato da un fronte all’altro.
Ovviamente la guerra è il tema centrale, ma c’è tanto altro in questo libro, quasi un romanzo epico, e vale davvero la pena di scoprirlo.
ERRATA CORRIGE: nel post faccio riferimento ad alcuni personaggi realmente esistiti storicamente; in realtà Philip Lacroix è frutto della fantasia dei Wu Ming
Immaginato da PhilipDick
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# libri, immaginario, wu ming
[giovedì, 19 aprile 2007]
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In ricordo di Kurt Vonnegut
Pochi sapranno che la settimana scorsa se ne è andato a 84 anni uno dei più grandi scrittori di fantascienza ma soprattutto uno dei più grandi scrittori del '900, Kurt Vonnegut, autore di capolavori come Mattatoio n.5, Le sirene di Titano, La colazione dei campioni (trovate anche le recensioni che ho pubblicato sul Corriere della Fantascienza di questi due libri, qui e qui); Vonnegut era uno scrittore di fantascienza ma sarebbe riduttivo confinarlo in un genere: con i suoi romanzi, pienamente post-moderni, ha osservato con un occhio ironico e sarcastico ai mutamenti sociali e culturali contemporanei, è stata una delle voci contemporanee più forti contro ogni guerra (lui che fu prigionieri dei nazisti durante il bombardamento di Dresda, nel mattatoio n. 5)e contro i limiti del capitalismo e della cultura di massa (in questo senso è esemplare Breakfast of champions); Vonnegut, socialista e radical, si era distinto negli ultimi anni soprattutto per la sua lucida critica all'attuale amministrazione Usa.

Se ne va uno dei più grandi intellettuali del secolo scorso, capace di far ridere con romanzi dotati a volte di una comicità esilirante ma in grado di entrare nel profondo dei grandi temi della vita: leggendo i suoi romanzi appare evidente la sua concezione dell'esistenza come un continuum del quale ognuno di noi fa parte, in cui ogni cosa è collegata e immersa nel grande magma rappresentato dall'umanità e dalla sua cultura, con tutti i suoi artefatti; Vonnegut entrava in prima persona nei suoi libri, prima di tutto con il suo alter ego Kilgore Trout e poi in "carne e ossa", come in La colazione dei campioni, dove da narratore si fece personaggio.
Per chi fosse interessato a saperne di più della sua figura rimando a questo articolo e a quest'altro ed alla voce che Wikipedia dedica a Vonnegut.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:08 /
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# libri, immaginario, vonnegut
[domenica, 15 aprile 2007]
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La gente litiga solo su cose immaginarie
«”Il problema non è quale sia il centro esatto” rispose il signor Nancy, “ma quale la gente pensa che sia. In ogni caso è tutto immaginario. Per questo è importante. La gente litiga soltanto su cose immaginarie.”
“La gente come me?” chiese Shadow. “O quelli come voi?”».
Neil Gaiman – American Gods
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# libri, immaginario
[venerdì, 30 marzo 2007]
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Se qualcuno prova a svegliare i dormienti
Come ho scritto ieri, ultimamente mi dedico poco alle mie letture, ma è ora di dire due parole sull'ultimo romanzo di Dick che ho terminato, Svegliatevi dormienti (nell'edizione originale The Crack in space).

Questo Svegliatevi dormienti, scritto negli anni considerati più fecondi per l'opera di Dick, a metà dei '60, non è mai stato considerato uno dei capolavori dickiani, anzi è sicuramente inferiore ai suoi migliori libri. Tutto sommato però l'ho apprezzato, e per me è superfluo dirlo. Intanto il romanzo, a più di 40 anni dalla stesura, si dimostra attualissimo nella nostra epoca, raccontando la vicenda di Jim Briskin, candidato di colore destinato a diventare presidente degli Stati Uniti (e all'inizio del libro uno dei personaggi sostiene che sarà la rovina se un nero diventerà presidente). Immagino dovesse essere qualcosa di rivoluzionario pensare ad un presidente di colore in quegli anni di battaglie civili, soprattutto se pensiamo che solo oggi Barack Obama si è candidato per le primarie dei democratici americani, con buone probabilità di soffiare la corsa alla Casa Bianca a Hillary Clinton.
Dick con questo romanzo ha creato una allegoria degli Usa del suo tempo, con la solita incredibile capacità di guardare oltre e di scorgere i cambiamenti futuri della società. I dormienti del titolo italiano, sono i milioni di cittadini americani che sono stati ibernati perché poveri, improduttivi, incapaci di sostentare sé stessi e potenzialmente un pericolo per lo sviluppo della società capitalista (in larga parte neri e ispanici); i dormienti diventano il centro della campagna elettorale di Briskin, che promette di svegliarli e di inviarli alla colonizzazione dell'altra Terra scoperta oltre un varco dimensionale, una Terra che pare incontaminata e pronta a disposizione dell'umanità. Ma non sarà così, perché dall'altra parte i primi esploratori troveranno un'altra razza umana, estinta sul nostro pianeta milioni di anni fa, quella del cosiddetto uomo di Pechino, uscito probabilmente battuto dallo scontro con l'Homo Sapiens.
Questo romanzo di Dick è popolato di personaggi in qualche modo grotteschi fortemente caratterizzati, e meno definiti psicologicamente rispetto al solito (e forse questo aspetto riduce il valore letterario del libro), che danno comunque una certa vitalità ad una storia che sotto sotto vuole parlare soprattuto di razzismo (e in quale modo migliore si ridefinisce la categoria di razzismo se non confrontandosi con una razza alternativa all'Homo Sapiens?), di rapporti sociali e di potere, di politiche del consenso, di disagio sociale, culturale ed economico. Di fronte ai problemi del paese e del mondo, forse Briskin è l'uomo giusto, per quanto non eccezionale ma piuttosto cittadino medio.
Svegliatevi dormienti si legge con facilità, rispetto ad altri romanzi dickiani non chiede al lettore di infilare la testa nella trama del reale per cercare di capire cosa c'è sotto; come detto, The Crack in space ha toni allegorici, è un libro a tratti divertente, forse non del tutto riuscito ma che merita un po' di attenzione.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:47 /
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# libri, immaginario, philip dick e immaginaridickiani
[martedì, 27 febbraio 2007]
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La trasmigrazione di Timothy Archer
E fu così che pagina dopo pagina arrivai alla fine della Trilogia di Valis. Devo dire che mi ha fatto uno strano effetto leggere l'ultimo libro scritto da Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer, il terzo volume della trilogia iniziata con Valis: si percepisce leggendo quel libro la voglia dello scrittore quasi di tirare le somme, a forza di parlare di vita dopo la morte, quasi come se presagisse la prossima fine. Non so, magari mi lascio suggestionare.
Miei attenti lettori sarete ansiosi di sapere di che parla la Trasmigrazione. Bene, intanto segnalo subito due particolarità stilistiche, per Dick: si tratta di uno dei pochi libri scritti in prima persona da Dick e si tratta di uno dei pochi ad assumere come punto di vista quello di una donna. La Trasmigrazione è un romanzo mainstream, che si discosta in questo dai primi due volumi della Trilogia, di stampo più marcatamente fantascientifico.
Angel Archer inizia a raccontare la storia del vescovo Tim Archer, suo suocero, e delle persone che se ne sono andate prima di lui in una sorta di rincorsa del fato verso la fine, nel giorno della morte di John Lennon. Angel rivive le vicende che hanno portato prima alla morte di suo marito, poi dell'amante del vescovo ed infine del vescovo stesso. Angel in fondo non è la vera protagonista ma allo stesso tempo lo è: la vicenda terrena del vescovo Archer, al centro del romanzo, e la sua ricerca della vera natura di Dio (da scovare fra gli scritti delle sette ebraiche zadochite) sono un grande tema (il tema perseguito ossessivamente da Dick negli ultimi anni della sua vita) ma secondo me il romanzo parla più della ricerca di Angel di una vita quanto più serena possibile, per sfuggire alla sequenza di morti di cui è stata costellata la sua vita, ultima quella del vescovo (non vi rivelo niente, se avete intenzione di leggere il libro: tanto Angel ve lo dice subito che quelle tre persone non ci sono più, in un modo o nell'altro), e per giungere anche lei ad una qualche comprensione.
Angel cerca ad ogni modo di rimanere legata alla realtà, di non distaccarsene come hanno fatto le persone a lei care, perse nel cercare di parlare con i morti e di comprendere il mistero di Dio, ma in fondo anche ha il suo modo per fuggire dal mondo reale, ed è la via della cultura e della letteratura, che tutto spiega e fa sì che tutto sia già stato visto e capito, attraverso i pensieri e gli scritti di qualcun altro; così Angel, eterna studentessa universitaria, che ha letto la Commedia di Dante in una notte, cerca di uscire dalla spirale di morte, fra molti sensi di colpa e molti vuoti. Fino a che la stessa Angel inizierà a guardare all'altro mondo in modo diverso, in occasione della Trasmigrazione (leggete il libro, non vi svelo il finale) del vescovo, chiedendosi se sia reale o meno, se crederci o meno, ma dando l'impressione che anche lei di fronte al mistero di Dio e della morte si arrenda al fluire degli eventi, e forse trovi una consolazione.
Immaginato da PhilipDick
alle 09:23 /
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