:: PHILIP DICK
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:: IMMAGINARIO
...è tutto quello che forma le nostre idee, il nostro
modo di leggere il mondo, di rapportarci ad esso e agli altri. L'immaginario
in cui siamo immersi è formato da tante cose: cinema, libri, tv, fumetti,
pubblicità, sport e naturalmente ciò che
accade nel mondo. E ancora, lo sviluppo tecnologico, i computer, Internet
e tutto ciò che ci fa comunicare con il mondo.
La nostra cultura è fatta di “immagini” che provengono
da tutto ciò e che diventano importanti anche senza accorgercene: sono
“fantasmi semiotici” in cui si racchiude il significato di quello
che è la nostra società, una società che si sostiene
anche con l’immateriale delle idee e dei concetti.
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Sto leggendo: Per ora nulla,
Ultimi libri letti: Boh, chi si ricorda...
Autori e libri preferiti: Philip Dick (UBIK, MA GLI ANDROIDI
SOGNANO PECORE ELETTRICHE, LE TRE STIMMATE DI PALMER ELDRITCH, UN'OSCURO SCRUTARE,
I SIMULACRI, L'UOMO NELL'ALTO CASTELLO, SCORRETE LACRIME DISSE IL POLIZIOTTO, LABIRINTO DI MORTE, L'ANDROIDE ABRAMO LINCOLN, NOI MARZIANI, CRONACHE DEL DOPOBOMBA, LA TRILOGIA DI VALIS), J.R.R. Tolkien (IL SIGNORE DEGLI ANELLI), William Gibson (NEUROMANTE,
AMERICAN ACROPOLIS, LA NOTTE CHE BRUCIAMMO CHROME), J.G. Ballard (CRASH, IL MONDO SOMMERSO, LA MOSTRA DELLE ATROCITA', IL CONDOMINIO, L'IMPERO DEL SOLE),
Bruce Sterling (LA MATRICE SPEZZATA, CAOS USA, LO SPIRITO DEI TEMPI, FUOCO SACRO), Haruki
Murakami (DANCE DANCE DANCE), Luhter Blisset/Wu Ming (Q, HAVANA GLAM, 54, ASCE DI GUERRA, MANITUANA),
Don DeLillo (UNDERWORLD, MAO II, AMERICANA, COSMOPOLIS), David Foster Wallace (INFINITE JEST), Jack Kerouac (SULLA STRADA), Joe R. Lansdale
(RUMBLE TUMBLE, MANEGGIARE CON CURA, IN FONDO ALLA PALUDE, ECHI PERDUTI, LA SOTTILE LINEA SCURA), Chuck Palahniuk (SURVIVOR, SOFFOCARE), Kurt Vonnegut (MATTATOIO N. 5, LA COLAZIONE DEI CAMPIONI, LE SIRENE DI TITANO), Edward Bunker (COME UNA BESTIA FEROCE, CANE MANGIA CANE, LITTLE BOY BLUE, EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA), Matt
Ruff (ACQUA, LUCE E GAS), Valerio Evangelisti (Eymerich vari, METALLO URLANTE, ANTRACITE), Niccolò Ammaniti (TI PRENDO E TI PORTO VIA), Girolamo De Michele (TRE UOMINI PARADOSSALI, SCIROCCO), Philip Roth (PASTORALE AMERICANA, IL COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA), Giuseppe Genna (DIES IRAE, NEL NOME DI ISHMAEL), Robert A. Heinlein (UNIVERSO, STRANIERO IN TERRA STRANIERA)
e poi Italo Calvino (SE UNA NOTTE DI INVERNO UN VIAGGIATORE, LE CITTA' INVISIBILI,
LE COSMICOMICHE), John Fante (CHIEDI ALLA POLVERE, LA CONFRATERNITA DELL'UVA), Walter Tevis (LA REGINA DEGLI SCACCHI), “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, i racconti
di E.A. Poe, Isaac Asimov, Johnatan Coe, Nick Hornby, Carlo
Lucarelli, Umberto Eco, Daniel Pennac, Stefano Benni, Neil Gaiman, Charles Bukowski
e ancora...
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Film preferiti: In ordine sparso, tutto Kubrick (su tutti
ARANCIA MECCANICA, 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO e FULL METAL JACKET), BLADE RUNNER,
tutto Tarantino
(PULP FICTION e KILL BILL vol.1 in particolare, ma anche LE IENE), MATRIX,
1997 FUGA DA NEW YORK, THE BLUES BROTHERS, i film di David Cronenberg (EXISTENZ,
LA MOSCA, VIDEODROME, IL PASTO NUDO, CRASH), STAR WARS, ALIEN e ALIENS, APOCALIPSE NOW, LA 25a ORA (e altri film di Spike Lee), IL SIGNORE DEGLI ANELLI, METROPOLIS, TRUMAN SHOW, FIGHT CLUB,
NATURAL BORN KILLERS, i film di Park Chan Wook (OLD BOY, LADY VENDETTA, MR. VENDETTA), i film di Woody Allen (MANHATTAN, IO E ANNIE, MATCH POINT, IL DITTATORE DELLO STATO LIBERO DI BANANAS,
PROVACI ANCORA SAM) i film di Jim Jarmusch (GHOST DOG, DEAD MAN, DAUNBAILO'),
L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE, BRAZIL, ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND, MULHOLLAND
DRIVE, SIN CITY, V PER VENDETTA, e poi una spruzzata di Hitchcock, di Scorsese, dei fratelli
Coen (IL GRANDE LEBOWSKI, BARTON FINK, FARGO)
IN TV E DA ALTRE PARTI
I SIMPSON, X-FILES, FUTURAMA, la Roma, il ciclismo, la mia città (Roma),
i fumetti DISNEY (Carl Barks e Don Rosa), la fantascienza, Neon Genesis Evangelion,
Report, Gli album di Marco Paolini, i programmi di Radio Due, i fumetti di
Frank Miller (Sin City), di Jean Giraud, alias Moebius, di Enki Bilal, Sandman
(di Neil Gaiman)
[martedì, 14 giugno 2005]
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L'accademia dei sogni
L’ultimo romanzo di William Gibson, L’accademia dei sogni (uscito in Italia nel 2004, dal titolo originale di Pattern recognition), me lo sono letto con calma immergendomici a fasi alterne, passandoci due o tre ore sopra e poi magari non aprendolo per un paio di giorni, consapevole che segna il definitivo distacco del creatore del genere cosiddetto cyberpunk (insieme a Sterling, ormai vi sarete stufati di sentirlo) dalle sue opere precedenti.
L’accademia intanto è ambientato nel 2002, fra New York, Londra, Tokyo e Mosca, e rappresenta il modo di Gibson di metabolizzare l’11 settembre. È un libro strettamente legato agli eventi delle Torri Gemelle, pur parlandone solo di striscio; è legato al crollo delle Torri non solo perché il padre della protagonista vi è rimasto disperso ma, soprattutto, perché rappresenta un evento che ha disegnato un nuovo modo di vedere il mondo, di assistere alla sua narrazione, di interpretarne il senso e la semiotica (utilizzo il termine semiotica non a caso, parlando Gibson stesso di semiotica dell’esperienza culturale e sociale, per spiegare la nostra collocazione nel mondo e nella realtà. E non per la prima volta, si veda la definizione di fantasma semiotico tratta da Il continuum di Gernsback, riportata nella definizione di immaginario qui a sinistra).
Cayce lavora nel marketing e nella pubblicità, perché ha una grande e strana capacità, quella di capire ad un prima occhiata se un marchio o un logo segnerà o meno il successo di un prodotto o di una marca. Cayce però ha anche una logofobia, per quello che riguarda marchi noti ed affermati, ed è strano, visto il lavoro che svolge. Il padre di Cayce è rimasto disperso l’11 settembre, come detto, ed era una ex spia della CIA. Cayce fa parte di una comunità virtuale, quella dei cultori delle sequenze, brevi filmati, piccoli corti o forse parte di un film più grande, realizzati con delle capacità tecniche e con una ricchezza di contenuti e di sentimenti in grado di coinvolgere persone in tutto il mondo, e i più attenti si incontrano su un forum, per discutere delle sequenze e del suo sconosciuto autore. Le sequenze circolano solo in rete e non si sa da dove provengano né chi le metta on line. A un certo punto Cayce riceve il compito di trovare il creatore delle sequenze, in parte è un lavoro e in parte è una missione, il modo per intraprendere una ricerca che va oltre l’incontro con un autore e che diventa il modo per dare senso e chiudere una parentesi della propria vita.
Questo libro parla di noi, del nostro mondo contemporaneo, delle persone che vivono questo mondo, per intero, e che lo vivono anche quando si immergono nel virtuale. È anche il racconto di come possano crearsi amicizie e rapporti intensi in rete, fra forum ed e-mail; come il virtuale entri a far parte della nostra vita, e diventi importante, volenti o nolenti; come persone che non abbiamo mai visto diventino dei confidenti, degli amici, o dei nemici. Tutto entra a far parte della nostra vita, tutto è semioticamente rilevante, tutto ha significato in quanto tutto è collegato e le distanze sono solo parole, perché basta un biglietto aereo per colmarle, per non parlare di una e-mail; tutto è collegato, ogni elemento del nostro immaginario compone le nostre vite reali. Le sequenze rappresentano proprio la costruzione di un immaginario (in particolare con la nascita di una subcultura di appassionati che collocano il fenomeno al centro delle proprie vite) in cui la gente si rispecchia, che vorrebbe vivere, o che ama per il puro piacere estetico. O, ancora, che diventa il modo attraverso cui cambiare il proprio modo di collocarsi nel mondo e di interpretarlo, laddove i punti di riferimento spariscono, perché il mondo e la realtà sono nel caos.
Un bel libro, come sempre, mica vi parlo di libri brutti. Ve lo consiglio perché è un libro in cui molti blogger potrebbero rivedersi e trovare qualcosa di vicino alla proprie esperienze, dando un senso che non sarà mai definitivo, perché l’esperienza evolve sempre e ci riserva sempre delle sorprese.
Immaginato da PhilipDick
alle 09:09 /
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# libri, immaginario, gibson
[giovedì, 28 aprile 2005]
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Mirrorshades
(post del 21/7/2004)
Negli ultimi giorni ho letto con piacere una bella antologia di racconti cyberpunk, tutti datati prima metà anni ’80, quando il genere si stava affermando grazie al contributo e alla collaborazione di alcuni grandi scrittori, che hanno posto le basi per quella che è stata una vera e propria avanguardia letteraria. Si tratta di Mirrorshades, a cura di Bruce Sterling. Questa antologia contiene racconti di William Gibson, Bruce Sterling, Lewis Shiner, John Shirley, Rudy Rucker fra gli altri. È veramente un bel libro ve lo consiglio sia se avete letto già qualcosa di fantascienza cyberpunk sia se non conoscete questo genere ma potrebbe incuriosirvi. In particolare sono veramente molto interessanti alcuni racconti, che introducono bene al genere.
Il continuum di Gernsback (Gernsback è stato uno dei fondatori della fantascienza moderna, negli anni 30-40) di William Gibson, è presente già nell’antologia La notte che bruciammo Chrome; questo racconto veramente molto particolare introduce il lettore in un mondo fatto di percezioni e da significati influenzati dal nostro immaginario collettivo (fantasmi semiotici li chiama Gibson, definizione che ho ripreso nella definizione di immaginario che trovate qui accanto).
Occhi di serpente di Tom Maddox racconta di come l’uomo tenda sempre di più ad essere in simbiosi con la tecnologia (fino ad interfacciarsi direttamente con essa), ma mantenendo (o forse recuperando) sempre un istinto quasi primordiale che guida le nostre percezioni ed emozioni.
Stone è vivo di Paul Di Filippo affronta il tema della trasformazione della società, con sempre maggiori divari fra ricchi e poveri, tra have e have not, con le grandi multinazionali che decidono i destini del mondo; e qui si inseriscono le vicende personali di chi grazie a questo potere può cambiare, stravolgendola, la propria vita.
Solstizio di James Patrick Kelly parla dell’unione delle percezioni artificiali create dalle droghe con quelle legate a riti sacri risalenti a millenni prima che l’uomo divenisse civilizzato. E di come i sentimenti e le gelosie restino sempre le stesse, e nessuno aiuto artificiale serve a riconquistare quello che conta davvero, che forse non avevamo perso davvero ma che rischiamo di buttare via poi.
Mozart con gli occhiali a specchio di Bruce Sterling e Lewis Shiner secondo me è il racconto più divertente e più interessante di tutta la raccolta. Innanzitutto questo racconto è un divertissement dei due autori, che hanno messo giù in chiave cyberpunk un tema classico della fantascienza, il viaggio nel tempo e le conseguenze sull’equilibrio spazio-temporale. Gli occhiali a specchio (mirrorshades) rappresentano proprio il cyberpunk degli inizi, nei cui romanzi e racconti gli autori inserivano sempre come segno distintivo appunto i mirrorshades. Tanto è vero che prima che si affermasse l’etichetta cyberpunk, questi autori erano conosciuti come il “gruppo dei mirrorshades”.
In questo racconto incontriamo un giovane Mozart che verste con jeans e mimetica e gira con in spalla uno stereo su cui ascolta le musiche che avrebbe dovuto comporre ma che non comporrà mai. Il suo sogno piuttosto è quello di diventare una star della musica rock, con la sua chitarra elettrica.
Un altro tema tipicamente cyberpunk affrontato nel racconto è il legame di questo genere con la musica rock, presente nei racconti A tutto rock di Pat Cardigan e Freezone di John Shirley.
Mi sembra di aver detto pure troppo su questo libro. Non sarebbe male se qualcuno si incuriosisse e volesse leggere un po’ di cyberpunk (per una introduzione oltre a Mirrorshades, leggete La notte che bruciammo Chrome e il capolavoro assoluto di questo genere, Neuromante di William Gibson).
Immaginato da PhilipDick
alle 08:16 /
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# libri, cyberpunk, immaginario, gibson, sterling
[sabato, 12 marzo 2005]
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Fantasmi semiotici
«”Se vuoi una spiegazione più colta, diciamo che hai visto un fantasma semiotico. Tutte queste storie di visitatori e di UFO, per fare un esempio, sono collegate ad un certo tipo di visioni fantascientifiche che ormai sono diffusissime nella nostra cultura. Un alieno può andarmi bene, ma non un alieno che somiglia ad un fumetto degli anni 50. Sono frammenti semiotici, fantasmi di questo immaginario collettivo che si sono seccati e hanno preso vita autonoma, come le aeronavi alla Jules Verne che quei vecchi contadini del Kansas continuavano a vedere. Tu hai visto un tipo di fantasma diverso, tutto qui. Quel buffo aeroplano, una volta, faceva parte dell’inconscio collettivo. Tu sei andato a ripescarlo, non so dirti come, ma l’hai fatto. L’importante è che non te ne preoccupi troppo.”
E io invece me ne preoccupavo proprio.
……
Ma cosa dovevo fare?
“Guarda molta televisione, soprattutto giochi a premi e telenovelas. Vai a vedere dei film porno. Hai mai visto Nazi Love Motel? Qui lo danno via cavo. È veramente disgustoso. È proprio quello che ti serve”.
Di che cosa stava parlando?
“Smettila di strillare e stammi a sentire. Adesso ti rivelo un trucco del mestiere: sono le peggiori stronzate dei media che possono esorcizzare i tuoi spettri semiotici. Se è servito a me per tenere lontani gli alieni e i dischi volanti dovrebbe funzionare anche con i tuoi incubi futuristici Art Déco. Provaci. Che cos’hai da perdere?”».
William Gibson – Il continuum di Gernsback (dalle raccolte “La notte che bruciammo Chrome” di William Gibson, e “Mirrorshades”, a cura di Bruce Sterling)
Immaginato da PhilipDick
alle 14:45 /
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# libri, cyberpunk, immaginario, gibson
[sabato, 12 marzo 2005]
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Cyberpunk 2
(post scritto il 14 ottobre 2004)
[questo post è la seconda parte di quello pubblicato qualche giorno fa sul cyberpunk come movimento letterario. Poiché è molto lungo, e non mi andava di fare una terza puntata, l’ho diviso in due parti: leggetelo tutto, o solo la parte che vi interessa se vi va, però vi consiglio, per capire bene cosa sia il cyberpunk di andare a leggere la lunga citazione finale, in cui ho lasciato la risposta definitiva ad uno dei protagonisti]
I temi della letteratura cyberpunk
Il successo del cyberpunk nella sua fase di avanguardia ha fatto sì che ormai questo sia un genere affermato nella letteratura fantascientifica. Anche se gli autori identificabili col mirrorshades movement (William Gibson, Bruce Sterling, Lewis Shiner, Rudy Rucker, John Shirley ed altri) hanno, chi più chi meno, evoluto la loro produzione, il genere rimane importante e continua ad esercitare una grande influenza sulla fantascienza ma non solo, sulla letteratura, sul cinema e sulle più svariate forme di cultura mediatica, nonché, più in generale, sull’immaginario.
I temi trattati principalmente riguardano la descrizione di un mondo decadente nel prossimo futuro, dove si perde spesso ogni moralità, dove gli individui sono alienati dalla tecnologia e da una società in cui le disparità e i conflitti sono sempre più accesi. La tecnologia assume un ruolo simbolico importante in quanto sempre maggiore spazio è dedicato al mondo dell’immateriale costituito dall’informazione che viaggia in rete (la Matrice nei libri di Gibson e la Rete in quelli di Sterling). Elementi tipici, ma non essenziali (perché presenti soprattutto nei libri di Gibson) sono protesi fisiche artificiali e innesti per collegare il sistema nervoso alla Rete, elementi di Realtà Virtuale (o simili), la costruzione di identità sempre diverse.
Il mondo è dominato da governi corrotti e dalle grandi multinazionali, nonché dalle mafie, contro cui si ritrovano a combattere i protagonisti, hacker (i cow boy della console) ma non solo.
È difficile definire una volta per tutte di cosa parli il cyberpunk: questi elementi sono stati poi ripresi da chi ha attinto al genere per trarne regole e formule da usare in libri e film. Però non ci sono realmente regole: i temi trattati e il modo di trattarli variano e, come afferma Sterling, cyberpunk è ciò che scrivono i cyberpunk (quelli originali).
Genesi di un genere
Si è molto dibattuto su cosa sia il cyberpunk, soprattutto perché i suoi primi guru (quelli che ho citato sopra) hanno dichiarato chi, come Shiner, che il genere era morto e sepolto e chi, come Sterling, che il cyberpunk degli inizi non esiste più perché è cambiato il mondo e sono cambiati loro, che non fanno più parte della cultura underground (in quanto ricchi e famosi), e questa ammissione mi sembra la cosa più importante perché dà alle loro voci ancora più forza secondo me. Questa forza deriva poi dal fatto che con queste dichiarazioni (che sono assolutamente da condividere) segnano una rottura, agli inizi degli anni ’90, di fronte al proliferare di imitatori che dai grandi ideali contenuti nel manifesto del movimento (The New Science Fiction) hanno tratto delle formulette da ripetere e quindi libri che sono un sacco di spazzatura splatter.
Questi distingui servono per evidenziare le ragioni vere della nascita del cyberpunk, che non sono soltanto la necessità di rinnovare la fantascienza inventando qualcosa di nuovo. Il cyberpunk (come dice bene Sterling in un articolo del ’91 riportato in Italia nell’antologia Parco giochi con pena di morte) è nato nella cultura underground, è nato nella bohème, come tutte le avanguardie; una bohème moderna, ma sempre bohème. Il cyberpunk è da intendersi come il risultato di una sensibilità tutta moderna per il marcio del mondo contemporaneo; come dice Sterling, il cyberpunk non racconta di cose che non dovremmo sapere ma ha invece una cultura anti-umanistica e ci mette di fronte ad una concezione della vita in cui noi sappiamo già tutto, e i fragili esseri umani non possono farci niente semplicemente perché… le cose stanno così!
«La convinzione anti-umanistica del cyberpunk non è soltanto una acrobazia letteraria per scandalizzare la borghesia: è un dato obiettivo che riguarda la cultura degli anni del ventesimo secolo. Il cyberpunk non ha inventato questa situazione; ne è solamente un riflesso.
Oggi è abbastanza frequente vedere scienziati cattedratici disposti a sposare orribili idee radicali: nanotecnologia, intelligenza artificiale, sospensione crionica della morte, download dei contenuti cerebrali… La hybris si è scatenata negli atri universitari dove tutti, nessuno escluso sembrano avere un piano per rovesciare il mondo. La più severa indignazione morale si esprime con la voce più debole. […]
Viviamo già, ogni giorno, in mezzo ad azioni scandalose dalle conseguenze imprevedibili per il mondo intero. […]
Il pensiero dell’uomo, rivestendo le forme del tutto nuove della programmazione informatica, diviene qualcosa da cristallizzare, duplicare, trasformare in merce. Anche il contenuto dei nostri cervelli non è più sacro; al contrario, sta divenendo bersaglio di ricerche sempre più fruttuose, e al diavolo i dubbi di carattere ontologico e spirituale. L’idea che in queste circostanze la Natura Umana sia destinata in qualche modo a prevalere contro la Grande Macchina è semplicemente stupida; stranamente, non sembra affatto pertinente. È come se un filosofo cavia in una gabbia di laboratorio, poco prima che il suo cervello venga trapanato e innervato di fili nel nome della Grande Scienza, dovesse dichiarare con devozione che alla fine la Natura Roditrice trionferà comunque.
Tutto ciò che può essere fatto a un topo può essere fatto a un essere umano, e ai topi possiamo fare qualsiasi cosa. È difficile pensarci, ma è cosi, e non finirà soltanto perché decidiamo di coprirci gli occhi.
Questo è il cyberpunk.»
Bruce Sterling – Cyberpunk negli anni Novanta (in Parco giochi con pena di morte)
Ho lasciato a Sterling la risposta definitiva a cosa sia il cyberpunk, come mi sembra giusto, anche perché io non ne sarei stato capace. In base a questa definizione allora il cyberpunk è ancora vivo, anche se non più nella sua forma originaria, perché questa visione del mondo è rimasta.
Immaginato da PhilipDick
alle 14:42 /
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# cyberpunk, immaginario, gibson, sterling
[sabato, 12 marzo 2005]
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Cyberpunk 1
(post scritto l’11 ottobre 2004)
Nei giorni scorsi ho usato il termine cyber in due post; il primo per presentare una manifestazione in corso a Firenze fatta di convegni, rassegne cinematografiche e arte contemporanea; il secondo per i cosiddetti World Cyber Games, che altro non sono che il campionato mondiale di videogiochi.
Oggi il prefisso cyber viene messo in tutte le salse, a volte a sproposito, altre in maniera appropriata. Ma perché parlano tutti di cyber? Intanto diciamo che il tanto decantato cyberspace (italianizzato cyberspazio o ciberspazio) è un termine che viene usato per indicare genericamente Internet e ancora più in generale tutto ciò che può essere considerato uno spazio di “informazione”.
Ma da dove viene il termine?
Il termine cyberspace è stato coniato da William Gibson nel romanzo-manifesto del cyberpunk, Neuromante. E proprio qualche cenno di cosa è il cyberpunk voglio dare in questo post, e in altri che seguiranno.
Con Neuromante, Gibson si è imposto come l’autore di punta di un gruppo di giovani scrittori che aveva raccolto, fra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli ’80, tutta la sensibilità legata all’evoluzione della tecnologia e all’affermazione dei computer e delle reti di computer.
Il cyberpunk nasce in un contesto culturale ben definito e si è caratterizzato come molto di più di un sottogenere della fantascienza. Il cyberpunk è soprattutto un modo per parlare del mondo contemporaneo e dell’influsso della tecnologia sulle nostre vite, ricorrendo a (e contemporaneamente formando) un immaginario tutto nuovo in cui la vera ricchezza è l’informazione, sono i dati. Un mondo dove attraverso la tecnologia l’uomo acquista nuove estensioni al proprio corpo e alla proprio mente (alla stessa maniera in cui McLuhan intendeva i media: come nuovi organi che estendono le percezioni e le capacità).
Il cyberpunk quindi si è imposto come una delle avanguardie letterarie più importanti degli ultimi 20 anni, fissando qualcosa di più che un genere (a cui poi hanno attinto anche altri forme di comunicazione, a cominciare dal cinema) ma stabilendo un modo di vedere il mondo, e di viverlo (tralasciando gli elementi più propriamente di fiction), basato sulla presenza dei media e delle tecnologie, che impongono un diverso modo di leggere la realtà circostante e, soprattutto, il corpo umano e le identità psicologiche.
Il cyberpunk (termine la cui origine non è chiara: probabilmente lo si deve a qualche critico) ha connotato quindi un gruppo di scrittori che inizialmente amavano farsi chiamare come il gruppo dei mirrorshades, perché un elemento caratterizzante nei loro romanzi e racconti era la presenza degli occhiali a specchio, ficcati da qualche parte. Poi si è affermato il termine cyberpunk, che oggi vuol dire tutto e il suo contrario, se consideriamo che proprio gli autori che ne hanno fatto parte considerano l’esperienza del cyberpunk conclusa da più di dieci anni, a cominciare da William Gibson, quello con le maggiori qualità letterarie, e da Bruce Sterling, il teorico del movimento, nonché grande scrittore naturalmente. Come avanguardia il cyberpunk sarebbe quindi concluso, avendo esaurito la sua spinta innovativa; ma il cyberpunk rimane vivo per quello che riguarda l’influenza che ha avuto sulla nostra visione del mondo; per il suo rappresentare comunque uno stile di vita diverso, che riconosce l’importanza della tecnologia e le da un ruolo fondamentale; il cyberpunk rimane nel nostro immaginario perché rappresenta comunque un mondo dove le storture dovute ad uno sviluppo incontrollato lasciato alle mani delle grandi organizzazioni economiche e commerciali e a quelle criminali rispecchiano molte cose che non vanno nella realtà contemporanea.
Bruce Sterling ha definito il cyberpunk “l’integrazione del mondo high-tech e della cultura pop, specialmente nel suo aspetto underground”. Perché il cyberpunk è soprattutto un movimento pop, che affonda le sue radici nella cultura popolare, e soprattutto nelle subculture di opposizione al sistema (e da qui l’accostamento col punk).
Dal punto di vista delle tematiche trattate il cyberpunk deve molto a diversi autori, di fantascienza e non. Philip Dick ha anticipato molti temi cyber, rappresentando i suoi mondi alternativi dove espletare in maniera diversa la propria personalità, nonché per la carica antagonista e radicale dei suoi romanzi, in cui i governi sono corrotti e spesso totalitarismi mascherati in cui il singolo individuo è solo un ingranaggio.
James Ballard è un altro autore a cui il cyberpunk attribuisce una paternità morale, perché nei suoi romanzi ha raccontato le vicende di una umanità alienata che entra in simbiosi con la tecnologia; perché i temi dell’informazione, della comunicazione, dei grandi miti di massa e in genere della cultura pop, sono sempre presenti nei suoi libri.
Questo per citare due autori che conosco bene, ma ce ne sono altri come Thomas Pynchon, Akira Mishima, William Burroghs. Oltre poi a molta fantascienza classica. Ma non bisogna poi dimenticare tutta quella lettereratura in cui i sistemi mediatici e tecnologici diventano strumento del potere, ad esempio classici come 1984 di Orwell o, perché no, Il mondo nuovo di Huxley, che hanno poco a che fare col cyberpunk ma che gli autori che ne fanno parte non possono non aver letto.
(fine della prima puntata)
Immaginato da PhilipDick
alle 14:38 /
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# cyberpunk, immaginario, gibson, sterling