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:: IMMAGINARIO
...è tutto quello che forma le nostre idee, il nostro
modo di leggere il mondo, di rapportarci ad esso e agli altri. L'immaginario
in cui siamo immersi è formato da tante cose: cinema, libri, tv, fumetti,
pubblicità, sport e naturalmente ciò che
accade nel mondo. E ancora, lo sviluppo tecnologico, i computer, Internet
e tutto ciò che ci fa comunicare con il mondo.
La nostra cultura è fatta di “immagini” che provengono da tutto ciò e che diventano importanti anche senza accorgercene: sono “fantasmi semiotici” in cui si racchiude il significato di quello che è la nostra società, una società che si sostiene anche con l’immateriale delle idee e dei concetti.
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Ultimi libri letti: Boh, chi si ricorda...
Autori e libri preferiti: Philip Dick (UBIK, MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE, LE TRE STIMMATE DI PALMER ELDRITCH, UN'OSCURO SCRUTARE, I SIMULACRI, L'UOMO NELL'ALTO CASTELLO, SCORRETE LACRIME DISSE IL POLIZIOTTO, LABIRINTO DI MORTE, L'ANDROIDE ABRAMO LINCOLN, NOI MARZIANI, CRONACHE DEL DOPOBOMBA, LA TRILOGIA DI VALIS), J.R.R. Tolkien (IL SIGNORE DEGLI ANELLI), William Gibson (NEUROMANTE, AMERICAN ACROPOLIS, LA NOTTE CHE BRUCIAMMO CHROME), J.G. Ballard (CRASH, IL MONDO SOMMERSO, LA MOSTRA DELLE ATROCITA', IL CONDOMINIO, L'IMPERO DEL SOLE), Bruce Sterling (LA MATRICE SPEZZATA, CAOS USA, LO SPIRITO DEI TEMPI, FUOCO SACRO), Haruki Murakami (DANCE DANCE DANCE), Luhter Blisset/Wu Ming (Q, HAVANA GLAM, 54, ASCE DI GUERRA, MANITUANA), Don DeLillo (UNDERWORLD, MAO II, AMERICANA, COSMOPOLIS), David Foster Wallace (INFINITE JEST), Jack Kerouac (SULLA STRADA), Joe R. Lansdale (RUMBLE TUMBLE, MANEGGIARE CON CURA, IN FONDO ALLA PALUDE, ECHI PERDUTI, LA SOTTILE LINEA SCURA), Chuck Palahniuk (SURVIVOR, SOFFOCARE), Kurt Vonnegut (MATTATOIO N. 5, LA COLAZIONE DEI CAMPIONI, LE SIRENE DI TITANO), Edward Bunker (COME UNA BESTIA FEROCE, CANE MANGIA CANE, LITTLE BOY BLUE, EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA), Matt Ruff (ACQUA, LUCE E GAS), Valerio Evangelisti (Eymerich vari, METALLO URLANTE, ANTRACITE), Niccolò Ammaniti (TI PRENDO E TI PORTO VIA), Girolamo De Michele (TRE UOMINI PARADOSSALI, SCIROCCO), Philip Roth (PASTORALE AMERICANA, IL COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA), Giuseppe Genna (DIES IRAE, NEL NOME DI ISHMAEL), Robert A. Heinlein (UNIVERSO, STRANIERO IN TERRA STRANIERA) e poi Italo Calvino (SE UNA NOTTE DI INVERNO UN VIAGGIATORE, LE CITTA' INVISIBILI, LE COSMICOMICHE), John Fante (CHIEDI ALLA POLVERE, LA CONFRATERNITA DELL'UVA), Walter Tevis (LA REGINA DEGLI SCACCHI), “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, i racconti di E.A. Poe, Isaac Asimov, Johnatan Coe, Nick Hornby, Carlo Lucarelli, Umberto Eco, Daniel Pennac, Stefano Benni, Neil Gaiman, Charles Bukowski e ancora...
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[lunedì, 21 gennaio 2008]
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American Gangster
Quest'anno al cinema stanno uscendo davvero bei film. E davvero un bel film è l'ultimo di Ridley Scott, da pochi giorni uscito in Italia, American Gangster, la storia del boss di Harlem Frank Lucas e del poliziotto che gli diede la caccia, Richie Roberts.
Il film di Scott è un gangster movie con i controfiocchi, non gli manca nulla sotto ogni aspetto: la sceneggiatura regge sotto ogni punto di vista, alcuni dialoghi sono bellissimi, la regia è perfetta, senza sbavature, così come il montaggio; ogni aspetto tecnico del film funziona perfettamente ai fini del racconto. E, cosa più importante, tutti questi elementi tengono lo spettatore incollato alla poltrona.
Brevemente, la storia: fine anni '60-primi anni '70, dopo la morte del vecchio boss di Harlem, Frank Lucas (Denzel Washington), suo autista, guardia del corpo e pupillo, intravede la possibilità di salire ai vertici della criminalità newyorkese importando eroina purissima direttamente dal sud-est asiatico, sfruttando la compiacenza di alcuni membri dell'esercito americano impegnato in Vietnam. Il poliziotto Richie Roberts (Russel Crowe), uno dei pochi poliziotti onesti fra Newark e New York, riceve l'incarico di formare una squadra anti-narcotici per l'arresto dei principali capi del traffico di droga.
Il film di Scott si gioca quindi tutto sul dualismo a distanza fra questi due personaggi, schierati agli estremi opposti ma entrambi dotati a modo proprio di un codice d'onore che né altri criminali né la maggioranza dei poliziotti di New York e del New Jersey dimostrano di avere. American Gangster è un film solido, che porta lo spettatore all'interno della vicenda senza cedere nulla all'inutile spettacolarizzazione ma alternando attentamente i momenti di maggior suspense con i passaggi emotivi del film, come il rapporto di Lucas con la madre e con la famiglia, originaria del North Carolina, o la vicenda privata di Roberts, che lotta con l'ex moglie per la custodia del figlio. Sia Lucas che Roberts però sono uomini totalmente assorbiti dal proprio ruolo, senza compromessi, o bianco o nero (e per questo, anche se può sembrare banale, funziona bene la coppia Washington-Crowe, davvero bravi entrambi in questo film, e se lo dico io che non sopporto l'attore de Il gladiatore...) e finiscono per sacrificare anche gli affetti.
American Gangster alla fine è un ottimo film proprio perché, pur vicino ad altre pellicole dello stesso genere (penso a Scarface e a Quei bravi ragazzi) non sembra rifarsi a nessun modello in particolare, ma può darsi io mi sbagli: Ridley Scott ha voluto in qualche modo dettare la sua versione del gangster movie, giocandolo sull'umanità dei personaggi (come però, a pensarci bene, sono anche i film che ho citato, quindi, forse, qualche riferimento Scott lo ha avuto...).
Immaginato da PhilipDick
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# cinema
[sabato, 05 gennaio 2008]
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Le promesse provenienti dall'est
L'ultimo film di David Cronenberg, La promessa dell'assassino (pessimo titolo italiano di Eastern Promises), è l'ennesimo capolavoro di un regista che ha ormai il suo posto nella storia del cinema: non ho problemi a sbilanciarmi.
La vicenda è semplice, forse. Una ragazzina russa, poco prima del giorno di Natale, muore di parto in un ospedale londinese in circostanze misteriose, mettendo alla luce una bimba; una giovane dottoressa di origini russe, Anna (la bellissima e bravissima Naomi Watts: sarà rimasta in mente a molti dai tempi di Mulholland Drive), tiene il suo diaro e cerca chi glielo possa tradurre rivolgendosi prima allo zio Stipan e, dopo un litigio, al proprietario di un ristorante russo il cui biglietto da visita ha trovato nel diario. Ben presto Anna scopre la terribile verità, che forse sospettava fin dall'inizio: la ragazza era tenuta schiava e sfruttata dalla mafia russa di Londra. Nell'avvicinarsi alla verità Anna sfiora le trame della vor con la volontà di trovare la vera famiglia della bambina, il cui destino è ormai indissolubilmente legato al suo.
Eastern Promises è un film chiaro, netto, un noir che segue con rigore le regole del genere ma è anche un film ambiguo, fatto di chiaroscuri, di contrasti. E' un thriller dove il sangue scorre il giusto, con avvincenti scene d'azione (bellissimo il combattimento fra Viggo Mortensen, nudo e a mani nude, e due spietati killer in una sauna) ma nel quale c'è di più. Ho giusto pubblicato ieri un post su Luce ed Ombra e come queste nutrano e si nutrano dell'immaginario (e non a caso ho chiuso il post con il video dell'inizio di un altro grande film di Cronenberg, A History of Violence), e Eastern Promises rientra poprio in questo discorso, pienamente.
Ho detto di un film fatto di contrasti. Contrasti fra la Londra che tutti noi conosciamo e quella sotterranea della criminalità organizzata (l'underworld, mi verrebbe da dire citando forse a sproposito, ma non troppo, DeLillo), contrasti fra i personaggi principali del film e all'interno di loro stessi. Come nel precedente film girato con Viggo Mortensen, Cronenberg ci racconta che il male si può nascondere dietro la porta di casa, celarsi nelle forme più insospettabili, basta soltanto saper guardare. L'ambiguità è nei personaggi stessi: è ambiguo Kyrill (Vincent Cassel), figlio inetto di un capomafia, dedito all'alcol e a loschi traffici ma in realtà senza essere realmente tagliato per il ruolo di erede della famiglia; è ambiguo l'autista di Kyrill, Viggo Mortensen (perdonatemi se non ricordo, anzi non l'ho proprio capito, il nome del personaggio: comunque grandissima interpretazione, secondo me), spietato, freddo, un vero professionista che cela però qualcosa, che mostra a suo modo una qualche umanità.
La promessa dell'assassino è quindi più di un thriller perché dipinge ritratti vividi, iperreali, in cui i sentimenti, anche quelli dei mafiosi russi, emergono da sotto la superficie delle parole, e per sentimenti intendo quello che sgorga dall'emotività umana, anche sentimenti negativi, anche il piacere per il male. E' la forza del cinema o della letteratura di genere, soprattutto quando parliamo di grandi autori come Cronenberg. Infine, è un film che si presta a più letture: vi terrà attaccati alla poltrona mentre cercherete di capire come evolverà la trama, ma vi costringerà ad interrogarvi su come vi comportereste voi in una situazione come quella di Anna (perché non andare subito dalla polizia, per esempio? il fascino del male, di vedere cosa c'è sotto la vita normale di ogni persona comune?), a chiedervi quanto vicende simili sono vicine a casa vostra (il traffico di donne costrette a prostituirsi avviene anche nelle nostre città, vicino le nostre case; non dimentichiamo poi che in Italia abbiamo la mafia doc), se e quante volte girereste la testa dall'altra parte e proseguireste nelle vostre vite lasciando da parte quel mondo sotterraneo che sotterraneo non è.
Ps: un'ultima nota, è un film da vedere in lingua originale (cosa che farò non appena uscirà il dvd), credo che il doppiaggio italiano abbia compiuto qualche scempio, visto che ci sono molte scene nelle quali i protagonisti parlano in russo... ho letto da qualche parte che Mortensen e Cassel hanno studiato russo per questo film.
Immaginato da PhilipDick
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# cinema, immaginario
[giovedì, 27 dicembre 2007]
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Sognatore
Ho visto un film che è un vero gioiello, L'arte del sogno di Michel Gondry, l'autore di questa altra pellicola qua che ho adorato.

Gondry ha confezionato un film di una delicatezza e di una dolcezza incredibili: Stephane, il protagonista, è un giovane grafico sempre perso nei suoi sogni, al punto da non riuscire spesso a distinguere la realtà dalla fantasia, totalmente immerso nel suo mondo fatto di immaginario, apparentemente senza né capo né coda. Stephane vive quindi fra animali di pezza che prendono vita, cellophane al posto dell'acqua, fantastiche ed improbabili invenzioni, amicizie ed amori che nasocno e finiscono senza sapere bene perché, visto che la realtà non corrisponde mai al suo sogno oppure è il sogno che non corrisponde alla realtà.
Non ho molto da dire su questo film (che tra l'altro ha un'ottimo cast, con Gael Garcia Bernal e Charlotte Gainsbourg), se non consigliarvi di guardarvelo in dvd alla prima occasione utile. Una volta ero molto più propenso a scrivere recensioni, per oggi accontentatevi.
Immaginato da PhilipDick
alle 12:08 /
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# cinema, immaginario
[giovedì, 08 novembre 2007]
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Ultimatum
Ieri sera per annegare il dispiacere di veder giocare male la mia Roma (un altro 2-2, sta diventando una brutta abitudine...) sono andato al cinema, con l'intenzione di rilassarmi e dedicare un po' di tempo ad altre cose rispetto allo studio.
I miei amici volevano The Bourne Ultimatum: io manco ho visto i precedenti, ma mi sono detto che un film d'azione è un film d'azione e tanto la trama conta poco. E infatti è così, solo che di trama non ce n'è proprio traccia: inseguimenti e botte, inseguimenti e botte, inseguimenti e botte, e quando alla fine si svela il segreto di Bourne come colpo di scena mi è parso una gran cazzata. Si capisce solo che i cattivi (la Cia) devono ammazzare Bourne, che Bourne deve ammazzare tanti cattivi per recuperare la sua memoria e li ammazza. Movimenti di macchina ossessivi, scomposti al punto che non si riesce nemmeno a seguire una scena senza avere il mal di testa (un mio amico ha detto che si distraeva a pensare ad altro... io mi sono perfino appisolato in qualche momento, ma la mia era soprattutto stanchezza).
E poi spiegatemi perché Bourne prende un sacco di botte senza farsi un cazzo, per non parlare poi del fatto che viene coinvolto in un casino di incidenti d'auto e ne esce sempre senza farsi niente! Almeno Bruce Willis in Die Hard quando si cappotta con la macchina ne esce malconcio e ridotto uno straccio, e ti butta lì anche la battutona a effetto (John McClane è ironico almeno, Bourne manco un po' e Matt Damon pare abbastanza imbalsamato).
Chissà, magari mi sono perso qualcosa di importante nei film precedenti...
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alle 09:48 /
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# cinema
[mercoledì, 29 agosto 2007]
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Non ammalatevi in America!
Venerdì scorso, il giorno dell'uscita, sono andato a vedere Sicko, l'ultimo documentario di Micheal Moore, che questa volta ha deciso di aprire uno squarcio sul sistema delle assicurazioni sanitarie negli Usa. Dimenticatevi il Dr. House, E.R., Grey's Anatomy e pure Scrubs.
Come in ogni film di Moore si riesce anche a ridere dei drammi e delle assurdità, per noi, che racconta ma lascia l'incredibile impressione che qualcosa a questo mondo non va se nel paese più ricco, forte e potente la sanità debba premiare solo le fasce più alte della popolazione, quelle che possono permettersi un'assicurazione, e lasciare completamente senza copertura circa 50 milioni di persone (50 milioni: quasi l'intera popolazione italiana, mica bruscolini!).
A me ha divertito, se si può dire, scoprire che tutto questo sistema è nato ai tempi di Nixon: sembra che ogni male dell'America derivi da Nixon (lo stesso Dick lo considerava una sorta di incarnazione del male).
E' inutile raccontare le singole storie raccolte da Moore: cancri non curati o scoperi in ritardo per esami diagnostici non eseguiti perché non pagati dalle assicurazioni, interventi chirurgici non eseguiti... Il fatto è che Moore si è concentrato su quelli che l'assicurazione ce l'hanno, non ha parlato di quelli che non possono pagarsela. E allora si scopre che spesso nemmeno chi paga gode di una buona sanità negli Usa perché le compagnie di assicurazione fanno di tutto per non pagare le cure necessarie, pagano investigatori per scoprire quale insignificante malattia precedente una persona non ha dichiarato al momento di stipulare una polizza, cercano ogni cavillo per risparmiare soldi, al punto che una dirigente sanitaria che ha negato le cure ad un paziente, poi deceduto, ma ha fatto risparmiare alla sua compagnia mezzo milione di dollari fa carriera.
La parte veramente divertente del film è quella in cui Moore va in Canada, Gran Bretagna e Francia a vedere come funziona la sanità pubblica e "scopre" che lì, così come da noi, tutti (anche gli stranieri) vengono curati negli ospedali pubblici, senza alcuna distinzione e che spesso le cure sono eccellenti. E toccante è la storia di alcune persone ammalatesi gravemente mentre lavoravano a Ground Zero dopo l'11 settembre che non vengono curate negli Usa (l'America non si occupa dei suoi eroi...) e che Moore ha portato a Cuba per far ricevere loro cure di prima qualità e medicinali a costi irrisori rispetto a quello che vengono pagati negli Usa, realizzando, infine, una sorta di gemellaggio fra i pompieri cubani e quelli americani.
Chiudo con tre note:
Un'altra cosa che colpise del film di Moore è la propaganda usata negli Usa contro la sanità pubblica, parlando di primo passo verso il socialismo, verso le restrizioni della libertà, ecc.
Fra qualche mese dovrò andare negli Usa per concludere il mio benedetto master: dovrò stare attento a non ammalarmi!
Infine, perso fra i titoli di coda Moore ha ficcato un ringraziamento a Kurt Vonnegut, presumo per l'impegno civile e politico del grande scrittore scomparso, una vera voce fuori dal coro che negli ultimi anni della sua vita (ma a dire il vero basta leggere i suoi libri, in particolare La colazione dei campioni) ha criticato lucidamente la strada presa dall'America, un paese che si dimentica dei più deboli. Alla faccia di chi pensa che la fantascienza non serva!
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# cinema, fatti e opinioni
[venerdì, 06 luglio 2007]
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Un buon motivo per guardare un film
Due giorni fa sono andato a vedere Transformers, film caciarone, coatto, pieno di effetti speciali, tutto sommato divertente, che certo non va visto per la trama. Un punto in più secondo me è dimostrato dalla straripante personalità di questa talentuosa attrice, Megan Fox...

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# cinema, diario e pensieri vari
[mercoledì, 25 ottobre 2006]
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A scanner darkly
A scanner darkly è da sempre considerato come uno dei libri più belli di Dick, ma anche uno dei più difficili, complessi ma soprattutto cupi, duri, forse il più "oscuro" di tutti, appunto.
Vedere il film tratto dal romanzo di PKD (una delle sue ultimissime opere), con la regia di Richard Linklater e con un bel cast, fa un certo effetto sia perché non può non farne trovarsi davanti a uno schermo che su cui è rappresentata la trasposizione di uno dei tuoi libri preferiti e perché il film è difficile da giudicare. Intanto, ed è subito un punto a suo favore, è molto fedele alla storia raccontata da Dick dopo un lungo periodo da lui vissuto in un centro di disintossicazione, e questo è molto positivo, visto che i racconti e i romanzi di Dick riadattati dal cinema spesso vengono stravolti.
Un oscuro scrutare racconta la storia di Fred (Keanu Reeves nel film), agente di polizia infiltrato in un gruppo di tossici per scoprire l'origine della produzione e della distribuzione della sostanza D (o M, se tradotta in italiano: M sta per morte), incredibilmente potente droga psicotropa in grado di distorcere la percezione della realtà (fino alla deteriorazione delle capacità cognitive) e origine di una dipendenza praticamente impossibile da combattere. Fred, nel gruppo in cui è entrato a far parte, è Bob, che ha ha una ragazza che è anche il suo spacciatore (Winona Rider) e che ospita in casa sua altri due tossici (Robert Downey Jr. e Woody Harrelson). Il protagonista si ritrova a dover assumere egli stesso sostanza M e a diventarne dipendente: a quel punto cominciano i suoi guai.
Mi sembra di aver raccontato a sufficienza la trama, ma senza entrare troppo nel dettaglio. Se andate a vedere A scanner darkly, piccola avvertenza, andateci sapendo bene cosa affrontate, altrimenti potreste vivere un'esperienza cinematografica respingente piuttosto che di coinvolgimento.
Nel complesso il film di Linklater mi è piaciuto, intanto, come detto, per la fedeltà a PKD e al senso profondo del suo libro, poi per l'originalità della tecnica di animazione digitale (in pratica "disegnando" sugli attori in carne ed ossa) che rende sul serio l'idea di estraniamento dalla realtà che una mente sotto sostanza D dovrebbe/potrebbe vivere (un piccolo appunto, questo effetto grafico può risultare però in alcuni passaggi un pò stancante: forse si poteva trovare un giusto mix con qualche ripresa "realistica"); è un film che sotto effetto di qualche allucinogeno secondo me dovrebbe dare risutati stupefacenti...



Riconosco però che si tratta di una pellicola non facile da apprezzare, come detto per la tecnica particolare con cui è girata e per la tematica veramente dura, la discesa nel profondo della mente di un tossicodipendente. Però, si tratta di un film originalissimo, per certi versi sperimentale, che mi sento di consigliare a chi è disposto ad avere a che fare con qualcosa di diverso: poi, può piacere oppure no, fatemi sapere.
Chiudo segnalando la citazione finale della dedica di Dick in chiusura del libro, ripresa nel film, a tutti i suoi amici che hanno subito danni alle funzioni cognitive o psicologici o che sono morti (PKD sarebbe morto qualche anno dopo): davvero forte come chiusura, inevitabilmente emozionante.
Immaginato da PhilipDick
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# libri, cinema, immaginario, philip dick e immaginaridickiani
[domenica, 03 settembre 2006]
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Ciao belli, come va? Dopo una settimana di noioso lavoro penso sia giunto il momento di scrivere due righe, tanto per non far sentire solo soletto il mio blog.
Non mi dilungo, c'è veramente poco da raccontare delle ferie e ancora meno dei soliti buoni propositi che contrassegnano ogni inizio d'anno (penso ancora in termini di anni scolastici... Settembre mi sembra il momento migliore per pensare a un qualche inizio invece che il mese di gennaio).
Per il momento, in attesa di trovare la costanza per scrivere qualche recensione dei libri letti quest'estate, vi segnalo una cosa curiosa: non faccio in tempo a comprare in edicola al prezzo di 9,90 euro "Mulholland drive" di David Lynch, uscito con Ciak e Blob mi ha mandato in onda, ieri sera, "lynchipit", omaggio al grande regista che riceverà il leone d'oro alla carriera: praticamente è andato in onda mezzo "Mulholland drive": sarete d'accordo con me nel giudicarlo un capolavoro seppur praticamente incomprensibile nello svolgimento narrativo (ammetto i miei limiti) ma con una stupenda scena lesbica fra Naomi Watts e la mora di cui non ricordo il nome. Chissà perché quella sequenza rimane impressa...
Immaginato da PhilipDick
alle 19:42 /
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# cinema, diario e pensieri vari
[venerdì, 31 marzo 2006]
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A me, Il caimano è piaciuto
Immaginato da PhilipDick
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# cinema
[mercoledì, 08 febbraio 2006]
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Recensioni veloci
Immaginato da PhilipDick
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# libri, cinema
[domenica, 29 gennaio 2006]
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La simpatia per il signore e la signora Vendetta
Un paio di film, una volta tanto. Ricorderete che amo moltissimo il film Old Boy, del coreano Park Chan-Wook (di cui vi ho detto a giugno), quindi non posso non consigliarvi di andare al cinema a vedere Lady Vendetta, sempre dello stesso regista, che completa la trilogia della vendetta di questo autore asiatico, iniziata con Mr. Vendetta, che trovate invece in DVD.
Si tratta di tre film comunque separati, quello che li unisce è il filo di sangue della vendetta, e le tragedie e le bassezze umane che portano una persona a trasformarsi e a cacciare fuori i suoi peggiori istinti, o forse i migliori, dipende dal punto di vista assunto.
Iniziamo dall'ultimo, Sympathy for Lady Vengeance. Guem-Ja è stata 13 anni in carcere perché ha commesso un delitto di quelli che scatenano i media: ha rapito e ucciso un bambino. In carcere è stata una detenuta modello, soprattutto per le compagne che hanno imparato ad amarla per l'aiuto dato loro in ogni circostanza e per i comportamenti che le hanno creato una sorta di aura di santità. Fuori dal carcere, dopo 13 anni a studiare la propria vendetta, è tutto diverso, e Guem-Ja sembra essere un'altra persona, forse un po' cinica e malvagia o forse si porta soltanto dentro qualcosa, ed è allora buona: una colpa, quello sì, un torto fatto ma soprattutto uno enorme subito. Inizia la vendetta, che sarà corale, e che spingerà davvero lo spettatore a chiedersi, io che avrei fatto? E' una risposta che spero nessuno si debba mai trovare a dare (la domanda la ometto, sennò vi racconto troppo nel caso lo vogliate vedere!).
Il giudizio su questo film? Buono, molto buono, sicuramente: la storia procede un po' a salti, per frammenti, alcune cose sono decisamente surreali ma alla fine regge, secondo me. Da un punto di vista puramente cinematografico, beh, Park si dimostra un regista decisamente capace con sequenze che sono davvero un piacere per gli occhi sotto ogni aspetto.
![]()
Ma la signora vendetta c'entra qualcosa con il signor vendetta? Sì, perché è facile immaginare che ci siano una vendetta maschile ed una femminile, che vanno a braccetto e sono marito e moglie. Però Sympathy for Mr. Vengeance è, come detto, un altro film che si fa vedere anche senza aver visto gli altri (in fondo è il primo, io invece l'ho visto per ultimo in questi giorni). E' un film per certi versi più semplice dei successivi, più lineare, sia nella storia che dal punto di vista tecnico-formale (c'è qualche virtuosismo in meno da parte del regista, diciamo) però il giudizio è comunque buono: per una mia personalissima graduatoria Old Boy è sopra e gli altri due li metto alla pari (Park pur trattando temi in qualche modo vicini, realizza comunque tre film in cui questo tema della vendetta porta con sé domande differenti che vengono poste anche, e soprattutto, allo spettatore).
Ryu è un ragazzo sordomuto che vive con la sorella in attesa di un trapianto di rene determinante per permetterle di sopravvivere. Ryu però da una parte è un ingenuo, dall'altra è sempre troppo avventato nelle sue decisioni (e ci metterei pure che è una delle persone più sfigate della Terra). Per aiutare la sorella cerca prima di comprare un rene al mercato nero (in cambio di un suo rene: ovviamente lui viene fregato e ci rimette un organo senza guadagnarne uno per la sorella) e poi di guadagnare i soldi per l'operazione rapendo la figlia di un industriale. Ogni cosa faccia il ragazzo innesta degli eventi a catena negativi che hanno come unico risultato la morte. E ad una morte segue una vendetta. Solo che se le morti sono più di una le vendette sono diverse, e si incrociano.

Immaginato da PhilipDick
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# cinema
[martedì, 08 novembre 2005]
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Un po' di tempo nella Città Vecchia...
Stasera un po' di tempo passato con questa gente qua...

Come si fa a non dare di matto per questa donna qui?

Per non parlare della versione di celluloide...


Immaginato da PhilipDick
alle 22:30 /
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# cinema, fumetti
[mercoledì, 26 ottobre 2005]
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In the mood for love
Chow e Chan si incontrano come vicini di casa e vicini di una strana umanità, fatta di amici e di compagni intorno ai quali loro si muovono tenendosi ai margini, per una marginalità che è congenita, che discende dalle loro personalità, dalle loro storie.

Chow è un giornalista che tenta di scrivere un libro ed è sposato con una donna che non vediamo mai, sempre di spalle, sempre solo per qualche frammento, ne sentiamo la voce ma non ne traiamo niente, è come un fantasma, sappiamo solo che esiste. Chan è una bellissima donna, moglie di un uomo che per lavoro viaggia molto e sta settimane fuori di casa; un uomo che, anche lui, non vedremo mai per intero: ora una mano, un braccio, e ne sentiamo la voce.

La moglie e il marito di Chow e Chan, presenze invisibili nella vita dei coniugi, nella loro invisibilità non possono che incontrarsi e decidere di stare insieme. Chow e Chan sono attratti fra loro fin dall'inizio, dagli sguardi, dalla loro fisicità sempre presente sullo schermo, dalle loro vite incomplete accanto a persone invisibili, e da tutto ciò che di invisibile c'è nelle loro vite.

In the mood for love, di Wong Kar Wai, è il film che precede 2046, che racconta la storia di Chow prima che parta e che poi ritorni, dopo qualche anno, ad Hong Kong. E' un film sull'amore, ovvio, ma non su una storia d'amore; piuttosto sui segreti e sui sentimenti, sullo sfiorarsi di anime affini che sfuggono esse stesse al loro destino, perché gli uomini sono imperfetti e forse hanno paura di vivere i sentimenti o forse gli piace andare per direzioni diverse.
E' un film differente da 2046, che è del tutto onirico, fatto di flash back (che ora sappiamo dove mandano) e di viaggi nell'immaginazione; In the mood for love ci mostra la superficie della realtà, dietro cui sappiamo esserci dell'altro che non sappiamo spiegare se non con parole come caso, amore, tradimento, rassegnazione, levità dei sentimenti, incertezza, dubbi. Queste sono le parole che emergono nella mia mente. Due film diversi, questi due di Wong Kar Wai, ma che si completano fra loro, e forse, dal mio punto di vista, si spiegano meglio vedendo prima il secondo, 2046, che comunque mi è piaciuto un pochino di più (e ho amato tanto entrambi).
Immaginato da PhilipDick
alle 08:55 /
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# cinema
[martedì, 18 ottobre 2005]
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Sognando il Brasile
Braziiil... na-na-na-na-na-naaaaaaa...
Somewhere in the 20th century... questa musichetta è l'unico modo per evadere e sentirsi liberi. Nei sogni e nella realtà.

In un futuro prossimo venturo (che è già passato visto che il film è ambientato alla fine del 20° secolo) la burocrazia ci sommergerà, sarà il vero potere ed il vero modo per controllare la gente; attraverso la burocrazia si esercita un potere dittatoriale odioso, in una società vacua e superficiale, nella sua elite, e povera e disperata negli strati più bassi. L'informazione è potere, chi può controllare l'informazione ha il potere, chi gestisce anche il modo in cui l'informazione viene diffusa nei media e negli apparati pubblici (fra un mare di scartoffie e di moduli) ne detiene ancora di più.
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Brazil si inserisce in quel filone di fantascienza distopica (1984, Il mondo nuovo) in cui il futuro viene rappresentato opprimente, in cui la tecnologia (assolutamente comica) è solo un'altra emanazione dell'apparato burocratico, in cui si cerca ad ogni costo un prolungamento artificiale della vita, in cui ogni cosa è distorta ed è proprio come non vorremmo che fosse il nostro futuro.

E allora un ometto, un piccolo ingranaggio dell'apparato burocratico, può solo permettersi di sognare di essere un eroe, di sconfiggere mostri paurosi e di salvare una donna bellissima. La vita normalissima e conformista di Lawry (Jonathan Pryce) viene sconvolta dall'apparizione nella sua vita del terrorista-tecnico del riscaldamento Tuttle (Robert De Niro), che mina il sistema con le sue riparazioni gratuite, e della bellissima donna che appare nei suoi sogni, che scopre essere reale.

E allora cercherà di trasformare in realtà i suoi sogni, le sue illusioni, le sue fantasticherie e la sua immaginazione. Solo che c'è da vedere da che materia sono composti i sogni.


Ho comprato con piacere e ancora con maggior piacere ho rivisto il DVD del film di Terry Gilliam, di una ventina di anni fa. Me lo ricordavo bello questo film ma non così così dolcemente illusorio, così onirico, così tragico e comico. E soprattutto un così forte inno di libertà.
Braziiil... na-na-na-na-na-naaaaaaa...
Immaginato da PhilipDick
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# cinema, immaginario
[lunedì, 12 settembre 2005]
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2046





Immaginato da PhilipDick
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# cinema
“L’irreale è più potente del reale. Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione a cui può spingersi l’immaginazione. Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee, i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce. La gente, bé… la gente muore.”
Chuck Palahniuk
(Soffocare)
“L'immaginario è un luogo senza tempo e senza spazio, come il delirio degli schizofrenici. C'è chi come loro vi resta impigliato e non riesce più a trovare la strada del suo corpo”
Valerio Evangelisti
(Nicolas Eymerich, inquisitore)
“Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d'ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio”
Neil Gaiman
(Sandman - A Midsummer Night's Dream)
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