:: PHILIP DICK
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:: IMMAGINARIO
...è tutto quello che forma le nostre idee, il nostro
modo di leggere il mondo, di rapportarci ad esso e agli altri. L'immaginario
in cui siamo immersi è formato da tante cose: cinema, libri, tv, fumetti,
pubblicità, sport e naturalmente ciò che
accade nel mondo. E ancora, lo sviluppo tecnologico, i computer, Internet
e tutto ciò che ci fa comunicare con il mondo.
La nostra cultura è fatta di “immagini” che provengono da tutto ciò e che diventano importanti anche senza accorgercene: sono “fantasmi semiotici” in cui si racchiude il significato di quello che è la nostra società, una società che si sostiene anche con l’immateriale delle idee e dei concetti.
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Film preferiti: In ordine sparso, tutto Kubrick (su tutti ARANCIA MECCANICA, 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO e FULL METAL JACKET), BLADE RUNNER, tutto Tarantino (PULP FICTION e KILL BILL vol.1 in particolare, ma anche LE IENE), MATRIX, 1997 FUGA DA NEW YORK, THE BLUES BROTHERS, i film di David Cronenberg (EXISTENZ, LA MOSCA, VIDEODROME, IL PASTO NUDO, CRASH), STAR WARS, ALIEN e ALIENS, APOCALIPSE NOW, LA 25a ORA (e altri film di Spike Lee), IL SIGNORE DEGLI ANELLI, METROPOLIS, TRUMAN SHOW, FIGHT CLUB, NATURAL BORN KILLERS, i film di Park Chan Wook (OLD BOY, LADY VENDETTA, MR. VENDETTA), i film di Woody Allen (MANHATTAN, IO E ANNIE, MATCH POINT, IL DITTATORE DELLO STATO LIBERO DI BANANAS, PROVACI ANCORA SAM) i film di Jim Jarmusch (GHOST DOG, DEAD MAN, DAUNBAILO'), L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE, BRAZIL, ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND, MULHOLLAND DRIVE, SIN CITY, V PER VENDETTA, e poi una spruzzata di Hitchcock, di Scorsese, dei fratelli Coen (IL GRANDE LEBOWSKI, BARTON FINK, FARGO)
IN TV E DA ALTRE PARTI
I SIMPSON, X-FILES, FUTURAMA, la Roma, il ciclismo, la mia città (Roma), i fumetti DISNEY (Carl Barks e Don Rosa), la fantascienza, Neon Genesis Evangelion, Report, Gli album di Marco Paolini, i programmi di Radio Due, i fumetti di Frank Miller (Sin City), di Jean Giraud, alias Moebius, di Enki Bilal, Sandman (di Neil Gaiman)
[lunedì, 21 gennaio 2008]
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American Gangster
Quest'anno al cinema stanno uscendo davvero bei film. E davvero un bel film è l'ultimo di Ridley Scott, da pochi giorni uscito in Italia, American Gangster, la storia del boss di Harlem Frank Lucas e del poliziotto che gli diede la caccia, Richie Roberts.
Il film di Scott è un gangster movie con i controfiocchi, non gli manca nulla sotto ogni aspetto: la sceneggiatura regge sotto ogni punto di vista, alcuni dialoghi sono bellissimi, la regia è perfetta, senza sbavature, così come il montaggio; ogni aspetto tecnico del film funziona perfettamente ai fini del racconto. E, cosa più importante, tutti questi elementi tengono lo spettatore incollato alla poltrona.
Brevemente, la storia: fine anni '60-primi anni '70, dopo la morte del vecchio boss di Harlem, Frank Lucas (Denzel Washington), suo autista, guardia del corpo e pupillo, intravede la possibilità di salire ai vertici della criminalità newyorkese importando eroina purissima direttamente dal sud-est asiatico, sfruttando la compiacenza di alcuni membri dell'esercito americano impegnato in Vietnam. Il poliziotto Richie Roberts (Russel Crowe), uno dei pochi poliziotti onesti fra Newark e New York, riceve l'incarico di formare una squadra anti-narcotici per l'arresto dei principali capi del traffico di droga.
Il film di Scott si gioca quindi tutto sul dualismo a distanza fra questi due personaggi, schierati agli estremi opposti ma entrambi dotati a modo proprio di un codice d'onore che né altri criminali né la maggioranza dei poliziotti di New York e del New Jersey dimostrano di avere. American Gangster è un film solido, che porta lo spettatore all'interno della vicenda senza cedere nulla all'inutile spettacolarizzazione ma alternando attentamente i momenti di maggior suspense con i passaggi emotivi del film, come il rapporto di Lucas con la madre e con la famiglia, originaria del North Carolina, o la vicenda privata di Roberts, che lotta con l'ex moglie per la custodia del figlio. Sia Lucas che Roberts però sono uomini totalmente assorbiti dal proprio ruolo, senza compromessi, o bianco o nero (e per questo, anche se può sembrare banale, funziona bene la coppia Washington-Crowe, davvero bravi entrambi in questo film, e se lo dico io che non sopporto l'attore de Il gladiatore...) e finiscono per sacrificare anche gli affetti.
American Gangster alla fine è un ottimo film proprio perché, pur vicino ad altre pellicole dello stesso genere (penso a Scarface e a Quei bravi ragazzi) non sembra rifarsi a nessun modello in particolare, ma può darsi io mi sbagli: Ridley Scott ha voluto in qualche modo dettare la sua versione del gangster movie, giocandolo sull'umanità dei personaggi (come però, a pensarci bene, sono anche i film che ho citato, quindi, forse, qualche riferimento Scott lo ha avuto...).
Immaginato da PhilipDick
alle 09:15 /
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# cinema
[mercoledì, 16 gennaio 2008]
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La Sapienza del Papa
A me che il Papa non va più ad aprire l'anno accademico della Sapienza (la mia università, avrei molto più diritto di aprirlo io l'anno accademico) non spiace nemmeno un po', anzi ne sono pure contento. E 'sti cazzi delle polemiche politiche.
La verità è che tensioni nascono per un motivo solo: da tempo ormai la Chiesa ha lanciato una offensiva forte alla laicità dello Stato italiano, il conflitto è inevitabile, e purtroppo gioca a favore della Chiesa stessa che ora potrà dire, per bocca dei suoi difensori d'ufficio, di essere stata zittita, che in Italia i cattolici sono discriminati, bla bla.
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alle 11:04 /
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# fatti e opinioni
[lunedì, 14 gennaio 2008]
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La monnezza siamo noi
Dell'emergenza rifiuti campana saprete tutto immagino (mi piace immaginare...), e forse, anzi sicuramente più di me, che so solo quello che si vede e legge in tv e sui giornali. Ed è ormai un luogo comune dire che è colpa della politica, degli amministratori locali e della camorra, of course. Tutto vero, senza ombra di dubbio.
Giusto ieri stavo riflettendo sul problema e sono arrivato ad una conclusione banalissima: il problema rifiuti, al di là delle conseguenze patologiche raggiunte in Campania, esiste perché produciamo rifiuti, perché la nostra società non può fare a meno di produrre rifiuti: la società industriale produceva merci ed oggetti, quella post-industriale rifiuti di ogni genere (torno nuovamente, per l'ennesima volta su questo blog a consigliare la lettura dei romanzi di DeLillo, in particolare Underworld: poche altre volte la letteratura ha saputo spiegare così bene la realtà in cui viviamo).
Proprio ieri pensavo che l'unica soluzione sia produrre meno rifiuti (perché in realtà ne produciamo sempre di più) e per produrre meno rifiuti bisogna consumare di meno, tutti e tutto. Inutile fare esempi, sono sotto gli occhi di tutti. Servirebbe un grande cambiamento culturale, oltre che maggiore attenzione da parte delle classi dirigenti (che sulla monnezza in qualche modo lucrano), ma la colpa è soprattutto nostra.
E stamattina come per magia leggo l'ultimo numero di Giap, nel quale i Wu Ming avvalorano questa tesi (ma non è una novità, come non sono una novità le mie riflessioni, non nascono mica nel vuoto, chissà quante volte le ho già sentite), con un interessante (quanto originale) attacco alla soluzione finale dei termovalorizzatori (eufemismo, la parola termovalorizzatore, che fa pensare alla neo-lingua di Orwell): l'unica soluzione finale è cambiare profondamente il nostro modello di consumo, e quindi di vita: bastano piccole cose e piccoli gesti quotidiani.
E qui, aggiungo io, perché non rendersi conto che oggi abbiamo a disposizione tecnologie che dovrebbero contribuire a produrre meno oggetti e di conseguenza meno rifiuti e che invece non vengono sfruttate come si dovrebbe? Oggi abbiamo meno bisogno di oggetti materiali, almeno per alcune cose; pensate alla potenza del digitale, con una politica industriale meno miope e con qualche passo avanti nella creazione di supporti sempre migliori e flessibili, chi avrebbe più bisogno dei supporti materiali?
Quello dei rifiuti è solo un aspetto di un fenomeno più vasto, forse il più importante nel mondo globalizzato di oggi, di consumo e sperpero delle risorse con conseguente consumo e sperpero della Terra stessa. Consumo e sperpero che dà a breve avrà effetti non solo sul clima, non solo sulla nostra salute, ma anche sugli equilibri geopolitici del pianeta. Siamo sicuri di volerlo?
Immaginato da PhilipDick
alle 10:33 /
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# fatti e opinioni
[giovedì, 10 gennaio 2008]
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Monk
Voglio allietare la vostra serata con un po' di buona musica del Thelonious Monk Quartet: Epistrophy, Parigi, 1966.
Immaginato da PhilipDick
alle 20:59 /
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#
[mercoledì, 09 gennaio 2008]
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Fra giallo, noir e thriller
Negli ultimi giorni, avendo più tempo libero a disposizione, ho dedicato tempo alla lettura come facevo una volta, ai bei tempi andati quando non avevo un cazzo da fare, e, un po' casualmente un po' perché vado a periodi, mi sono dedicato a tre romanzi oscillanti tra il thriller, il noir ed il giallo. Ne scrivo brevemente.
Single & Single, di John Le Carré. Bel thriller, molto raffinato come ho già avuto modo di dire qualche giorno fa. Il libro, scritto e ambientato nella seconda metà degli anni '90, inizia con l'esecuzione di un avvocato in Turchia e prosegue con le vicende di Oliver, che all'inizio conosciamo come un giovane prestigiatore, divorziato con un figlia piccola: personaggio solitario e misterioso, che non ha ben raccontato il suo passato a chi gli sta vicino e che ben pressto il lettore scoprirà essere qualcun altro, il figlio del titolare di una delle più note case di intermediazione londinesi, la Single & Single, appunto (l'& Single è lui), ritiratosi, scappato, pentito, di fronte ai traffici illegali a cui la Casa si ritrova a partecipare insieme a mafiosi ed oligarchi della nuova Russia post-comunista. Oliver dovrà affrontare un passato che pensava di essersi messo alle spalle per salvare il padre col quale ha rotto ogni rapporto da anni dopo averlo, diciamo così, "tradito". Ripeto, bel noir, molto inglese e molto internazionale (non solo perché la vicenda si sposta da Londra, alla Svizzera, ad Istanbul, alla Georgia).
La ragazza dal cuore d'acciaio, di Joe R. Lansdale. I lettori abituali di questo blog sanno che Lansdale è uno dei miei scrittori preferiti e che si contraddistingue, secondo me, non tanto per la qualità letteraria, se questo vuol dire qualcosa, quanto per la capacità di narrare storie e di tenere il lettore legato alle sue pagine fino alla fine (almeno alcuni lettori: poi i gusti sono gusti).
Cason è un giornalista arrivato perfino alla candidatura al Pulitzer ma che di punto in bianco ha mollato tutto per arruolarsi e partire per l'Afghanistan prima e l'Iraq dopo. Tornato a casa, nella cittadina texana dove è cresciuto e dove ancora vive la sua famiglia, cerca di ricostruire la sua vita, ossessionato dal ricordo della sua ex fidanzata e dalle atrocità viste in guerra; dopo aver trovato lavoro nel piccolo giornale locale, Cason si mette a seguire il caso di una giovane e bella studentessa universitaria scomparsa qualche mese prima: inutile dire che si ritroverà invischiato in una brutta storia, nella quale dovrà salvare il culo, come scriverebbe Lansdale, a se stesso e a chi gli sta vicino.
Segnalo anche che Lansdale, a modo suo, ha trovato il modo di toccare temi politici, la guerra ma non solo (Cason è un sostenitore della laicità su temi eticamente sensibili, ad esempio; da sfondo alla vicenda poi c'è uno scontro interrazziale per la costruzione di una scuola nel quartiere nero della cittadina in cui si svolge il libro): insomma un romanzo che regala tanta suspence ma non solo, scritto bene e che ritengo uno dei migliori che io abbia letto di JRL.
In fondo agli occhi del gatto, di Serge Quadruppani. Negli ultimi tempi ho trovato entusiastiche recensioni di questo libro e mi era venuta voglia di leggerlo, col risultato di giudicarlo anche io ottimo: le 190 e passa pagine di questo romanzo sono volate. Questo scrittore francese, che si divide fra Roma e Parigi, ha costruito un giallo-noir che dà nuova vita al genere seguendone i canoni ma innovandolo anche dal punto di vista narrativo. Parigi: Michel, informatico disoccupato, si ritrova accusato della morte dell'amico Paul, mercante d'arte, brutalmente assassinato in casa propria; Michel non è tagliato né per fare la parte dell'investigatore né quella del fuggitivo ma alla fine riesce discretamente bene in tutte e due. Dietro la morte di Paul c'è un complotto nel quale il protagonista si ritrova suo malgrado immischiato, e che riserverà anche per lui una sorpresa.
Immaginato da PhilipDick
alle 10:13 /
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# libri, lansdale
[lunedì, 07 gennaio 2008]
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Fiocco azzurro (o rosa?) nel Web
Nasce oggi Wikia Search, motore di ricerca lanciato dai creatori di Wikipedia che, si annuncia come una vera e propria rivoluzione rispetto ai motori di ricerca come li abbiamo finora conosciuti. Wikia Search è ancora in fase alpha, quindi non aspettatevi chissà che prestazioni; trovo però molto interessante la filosofia del progetto, che nasce offrendo grandi possibilità di social networking e con una filosofia di base che vuole rendere molto più trasparenti i suoi meccanismi di ricerca (già ho avuto modo di scrivere qui come Google, sicuramente il motore più potente, sia tutt'altro che trasparente).
Proprio sul versante della trasparenza mi sembra si nasconde la più grande potenzialità di Wikia Search, e la più grande novità. Il ranking delle varie pagine web (per ora che le pagine indicizzate sono davvero pochine; uno dei suoi creatori dice a Repubblica che ci vorranno almeno due anni per arrivare a livelli paragonabili a Google) sarà determinato anche dalle preferenze degli stessi utenti, che avranno la possibilità di votare i risultati delle ricerche e di discuterne in modalità wiki. In più, mi sembra di capire dando un'occhiata superficiale al portale, Wikia Search sembra puntare su tecnologie semantiche (e mi preme sottolineare questo aspetto visto che con una tesi sul semantic web mi ci sono laureato, ormai quasi tre anni fa: come passa il tempo), visto che è attivo nella comunità che si sta occupando di questo sviluppo un Semantic Lab: rosico, questo sì che sarebbe stato un bel caso da studiare.
Immaginato da PhilipDick
alle 15:54 /
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# scienza e tecnologia, internet e new media
[sabato, 05 gennaio 2008]
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Le promesse provenienti dall'est
L'ultimo film di David Cronenberg, La promessa dell'assassino (pessimo titolo italiano di Eastern Promises), è l'ennesimo capolavoro di un regista che ha ormai il suo posto nella storia del cinema: non ho problemi a sbilanciarmi.
La vicenda è semplice, forse. Una ragazzina russa, poco prima del giorno di Natale, muore di parto in un ospedale londinese in circostanze misteriose, mettendo alla luce una bimba; una giovane dottoressa di origini russe, Anna (la bellissima e bravissima Naomi Watts: sarà rimasta in mente a molti dai tempi di Mulholland Drive), tiene il suo diaro e cerca chi glielo possa tradurre rivolgendosi prima allo zio Stipan e, dopo un litigio, al proprietario di un ristorante russo il cui biglietto da visita ha trovato nel diario. Ben presto Anna scopre la terribile verità, che forse sospettava fin dall'inizio: la ragazza era tenuta schiava e sfruttata dalla mafia russa di Londra. Nell'avvicinarsi alla verità Anna sfiora le trame della vor con la volontà di trovare la vera famiglia della bambina, il cui destino è ormai indissolubilmente legato al suo.
Eastern Promises è un film chiaro, netto, un noir che segue con rigore le regole del genere ma è anche un film ambiguo, fatto di chiaroscuri, di contrasti. E' un thriller dove il sangue scorre il giusto, con avvincenti scene d'azione (bellissimo il combattimento fra Viggo Mortensen, nudo e a mani nude, e due spietati killer in una sauna) ma nel quale c'è di più. Ho giusto pubblicato ieri un post su Luce ed Ombra e come queste nutrano e si nutrano dell'immaginario (e non a caso ho chiuso il post con il video dell'inizio di un altro grande film di Cronenberg, A History of Violence), e Eastern Promises rientra poprio in questo discorso, pienamente.
Ho detto di un film fatto di contrasti. Contrasti fra la Londra che tutti noi conosciamo e quella sotterranea della criminalità organizzata (l'underworld, mi verrebbe da dire citando forse a sproposito, ma non troppo, DeLillo), contrasti fra i personaggi principali del film e all'interno di loro stessi. Come nel precedente film girato con Viggo Mortensen, Cronenberg ci racconta che il male si può nascondere dietro la porta di casa, celarsi nelle forme più insospettabili, basta soltanto saper guardare. L'ambiguità è nei personaggi stessi: è ambiguo Kyrill (Vincent Cassel), figlio inetto di un capomafia, dedito all'alcol e a loschi traffici ma in realtà senza essere realmente tagliato per il ruolo di erede della famiglia; è ambiguo l'autista di Kyrill, Viggo Mortensen (perdonatemi se non ricordo, anzi non l'ho proprio capito, il nome del personaggio: comunque grandissima interpretazione, secondo me), spietato, freddo, un vero professionista che cela però qualcosa, che mostra a suo modo una qualche umanità.
La promessa dell'assassino è quindi più di un thriller perché dipinge ritratti vividi, iperreali, in cui i sentimenti, anche quelli dei mafiosi russi, emergono da sotto la superficie delle parole, e per sentimenti intendo quello che sgorga dall'emotività umana, anche sentimenti negativi, anche il piacere per il male. E' la forza del cinema o della letteratura di genere, soprattutto quando parliamo di grandi autori come Cronenberg. Infine, è un film che si presta a più letture: vi terrà attaccati alla poltrona mentre cercherete di capire come evolverà la trama, ma vi costringerà ad interrogarvi su come vi comportereste voi in una situazione come quella di Anna (perché non andare subito dalla polizia, per esempio? il fascino del male, di vedere cosa c'è sotto la vita normale di ogni persona comune?), a chiedervi quanto vicende simili sono vicine a casa vostra (il traffico di donne costrette a prostituirsi avviene anche nelle nostre città, vicino le nostre case; non dimentichiamo poi che in Italia abbiamo la mafia doc), se e quante volte girereste la testa dall'altra parte e proseguireste nelle vostre vite lasciando da parte quel mondo sotterraneo che sotterraneo non è.
Ps: un'ultima nota, è un film da vedere in lingua originale (cosa che farò non appena uscirà il dvd), credo che il doppiaggio italiano abbia compiuto qualche scempio, visto che ci sono molte scene nelle quali i protagonisti parlano in russo... ho letto da qualche parte che Mortensen e Cassel hanno studiato russo per questo film.
Immaginato da PhilipDick
alle 11:34 /
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# cinema, immaginario
[venerdì, 04 gennaio 2008]
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Di luce, di ombra, di male ed immaginario
Oggi parliamo di luce, di ombra, di male e di immaginario a partire da un interessante articolo che ho letto su Carmilla.
Scrive Danilo Arona che nella nostra epoca si conferma l'idea di una studiosa americana che parlò dei serial killer come epifenomeno dell'Apocalisse. Sì dell'Apocalisse, avete letto bene. Naturalmente si parla di Apocalisse sociale e culturale che affonda nell'inconscio (individuale e collettivo, direi io), quindi non aspettatevi l'arrivo degli angeli.
Il filo del discorso parte dalla distinzione junghiana fra luce ed ombra. L'Ombra è l'antitesi della Luce, così come l'inconscio si definisce per contrasto con la coscienza. L'Ombra esiste solo perché esiste la Luce, e più forte è la Luce più forte è l'Ombra: in assenza di luce, di buio totale non esisterebbero ombre. L'Ombra non è per definizione il Male ma, è il ragionamento dell'autore dell'articolo, sta trasformandosi in qualcosa che riguarda sempre meno l'individuo e sempre più la massa, trasformandosi in Male sociale perché nell'epoca della visibilità più forte (la luce mediatica) si sviluppano anche le ombre più forti, la realtà scompare, come diceva Baudrillard (e io direi, tirandolo dentro per le orecchie, anche Dick), sostituita dai simulacri dei media.
Seconde considerazioni. Il giornalismo moderno, come lo conosciamo oggi, mette le sue radici intorno alla metà dell'Ottocento in Inghilterra; il romanzo di Stevenson "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde" è del 1886 e parla proprio di Luce ed Ombra, e di un serial killer; il primo serial killer della storia (almeno il primo registrato come tale) è notoriamente Jack Lo Squartatore, che agì a Londra fra il 1887 ed il 1889. La seconda metà dell'800 fu quindi un epoca centrale, in cui inizia a prendere forma quella che sarebbe diventata la moderna società di massa e nella quale il contrasto fra Luce ed Ombra si fa più forte: aumenta la visibilità mediatica e crescono le manifestazioni dell'Ombra (c'è chi ha scritto che Jack rappresentava l'inconscio dei londinesi a lui contemporanei).
Ecco, continuando a seguire il ragionamento di Arona, che arriviamo all'aspetto che più mi interessa, il legame sempre più forte fra Luce, Ombra ed immaginario. I delitti dei serial killer, da Jack The Ripper in avanti, hanno nutrito l'immaginario: attraverso la cronaca certe immagini sono entrati nella nostra cultura, si sono sedimentate. E a sua volta questo immaginario fatto di libri, film, fumetti, tv che tanto bene hanno raccontato l'Ombra, portandola alla Luce, fa crescere l'Ombra stessa nell'inconscio collettivo. Qui Arona scrive che è la luce mediatica che ha fatto e fa moltiplicare i serial killer, la ritualità degli omicidi seriali esiste proprio perché se ne parli ed emerga alla luce.
Non sono un esperto di psicologia o criminologia quindi non mi interessa più di tanto discutere dei serial killer, sono però affascinato da ogni discorso che pieghi sull'immaginario. Realtà ed immaginario sono indiscutibilmente legati, ed il loro rapporto, direi, è biunivoco, sono due fenomeni che si nutrono l'uno dell'altro. L'immaginario riflette la realtà a modo suo, a volte in maniera realistica altre volte prendendo le strade del fantastico tout court (intendo in maniera molto ampia, forse non correttamente, i generi, tutti i generi, che, volenti o meno, sono definiti per contrasto rispetto alla narrativa, termine per certi versi diventato a sua volta connotazione di genere, un genere che non riguarda i generi).
L'immaginario (e forse quello di genere di più ancora) è legato all'inconscio, a quell'inconscio di massa che prende il nome di immaginario collettivo. Sarebbe una banalità a questo punto affermare che amiamo i generi, alcuni generi in particolare, perché alimentano un immaginario che esiste solo in quanto proiezione della realtà, di qualsiasi realtà, che non vivremo mai per davvero ma che fanno scattare qualcosa in noi, qualcosa sepolto nell'inconscio, nell'Ombra, appunto. E' una banalità ma lo affermo. L'immaginario ci ricorda l'esistenza dell'Ombra, per questo, direi, è indispensabile.
Immaginato da PhilipDick
alle 09:40 /
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# immaginario, sofie
[mercoledì, 02 gennaio 2008]
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Note di inizio d'anno
Intanto buon anno a tutti: che non si dica che non sono una persona educata.
Inizio il 2008 con poche note:
Immaginato da PhilipDick
alle 16:59 /
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# diario e pensieri vari
“L’irreale è più potente del reale. Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione a cui può spingersi l’immaginazione. Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee, i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce. La gente, bé… la gente muore.”
Chuck Palahniuk
(Soffocare)
“L'immaginario è un luogo senza tempo e senza spazio, come il delirio degli schizofrenici. C'è chi come loro vi resta impigliato e non riesce più a trovare la strada del suo corpo”
Valerio Evangelisti
(Nicolas Eymerich, inquisitore)
“Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d'ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio”
Neil Gaiman
(Sandman - A Midsummer Night's Dream)
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