:: PHILIP DICK
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:: IMMAGINARIO
...è tutto quello che forma le nostre idee, il nostro
modo di leggere il mondo, di rapportarci ad esso e agli altri. L'immaginario
in cui siamo immersi è formato da tante cose: cinema, libri, tv, fumetti,
pubblicità, sport e naturalmente ciò che
accade nel mondo. E ancora, lo sviluppo tecnologico, i computer, Internet
e tutto ciò che ci fa comunicare con il mondo.
La nostra cultura è fatta di “immagini” che provengono da tutto ciò e che diventano importanti anche senza accorgercene: sono “fantasmi semiotici” in cui si racchiude il significato di quello che è la nostra società, una società che si sostiene anche con l’immateriale delle idee e dei concetti.
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Sto leggendo: Per ora nulla,
Ultimi libri letti: Boh, chi si ricorda...
Autori e libri preferiti: Philip Dick (UBIK, MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE, LE TRE STIMMATE DI PALMER ELDRITCH, UN'OSCURO SCRUTARE, I SIMULACRI, L'UOMO NELL'ALTO CASTELLO, SCORRETE LACRIME DISSE IL POLIZIOTTO, LABIRINTO DI MORTE, L'ANDROIDE ABRAMO LINCOLN, NOI MARZIANI, CRONACHE DEL DOPOBOMBA, LA TRILOGIA DI VALIS), J.R.R. Tolkien (IL SIGNORE DEGLI ANELLI), William Gibson (NEUROMANTE, AMERICAN ACROPOLIS, LA NOTTE CHE BRUCIAMMO CHROME), J.G. Ballard (CRASH, IL MONDO SOMMERSO, LA MOSTRA DELLE ATROCITA', IL CONDOMINIO, L'IMPERO DEL SOLE), Bruce Sterling (LA MATRICE SPEZZATA, CAOS USA, LO SPIRITO DEI TEMPI, FUOCO SACRO), Haruki Murakami (DANCE DANCE DANCE), Luhter Blisset/Wu Ming (Q, HAVANA GLAM, 54, ASCE DI GUERRA, MANITUANA), Don DeLillo (UNDERWORLD, MAO II, AMERICANA, COSMOPOLIS), David Foster Wallace (INFINITE JEST), Jack Kerouac (SULLA STRADA), Joe R. Lansdale (RUMBLE TUMBLE, MANEGGIARE CON CURA, IN FONDO ALLA PALUDE, ECHI PERDUTI, LA SOTTILE LINEA SCURA), Chuck Palahniuk (SURVIVOR, SOFFOCARE), Kurt Vonnegut (MATTATOIO N. 5, LA COLAZIONE DEI CAMPIONI, LE SIRENE DI TITANO), Edward Bunker (COME UNA BESTIA FEROCE, CANE MANGIA CANE, LITTLE BOY BLUE, EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA), Matt Ruff (ACQUA, LUCE E GAS), Valerio Evangelisti (Eymerich vari, METALLO URLANTE, ANTRACITE), Niccolò Ammaniti (TI PRENDO E TI PORTO VIA), Girolamo De Michele (TRE UOMINI PARADOSSALI, SCIROCCO), Philip Roth (PASTORALE AMERICANA, IL COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA), Giuseppe Genna (DIES IRAE, NEL NOME DI ISHMAEL), Robert A. Heinlein (UNIVERSO, STRANIERO IN TERRA STRANIERA) e poi Italo Calvino (SE UNA NOTTE DI INVERNO UN VIAGGIATORE, LE CITTA' INVISIBILI, LE COSMICOMICHE), John Fante (CHIEDI ALLA POLVERE, LA CONFRATERNITA DELL'UVA), Walter Tevis (LA REGINA DEGLI SCACCHI), “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, i racconti di E.A. Poe, Isaac Asimov, Johnatan Coe, Nick Hornby, Carlo Lucarelli, Umberto Eco, Daniel Pennac, Stefano Benni, Neil Gaiman, Charles Bukowski e ancora...
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Film preferiti: In ordine sparso, tutto Kubrick (su tutti ARANCIA MECCANICA, 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO e FULL METAL JACKET), BLADE RUNNER, tutto Tarantino (PULP FICTION e KILL BILL vol.1 in particolare, ma anche LE IENE), MATRIX, 1997 FUGA DA NEW YORK, THE BLUES BROTHERS, i film di David Cronenberg (EXISTENZ, LA MOSCA, VIDEODROME, IL PASTO NUDO, CRASH), STAR WARS, ALIEN e ALIENS, APOCALIPSE NOW, LA 25a ORA (e altri film di Spike Lee), IL SIGNORE DEGLI ANELLI, METROPOLIS, TRUMAN SHOW, FIGHT CLUB, NATURAL BORN KILLERS, i film di Park Chan Wook (OLD BOY, LADY VENDETTA, MR. VENDETTA), i film di Woody Allen (MANHATTAN, IO E ANNIE, MATCH POINT, IL DITTATORE DELLO STATO LIBERO DI BANANAS, PROVACI ANCORA SAM) i film di Jim Jarmusch (GHOST DOG, DEAD MAN, DAUNBAILO'), L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE, BRAZIL, ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND, MULHOLLAND DRIVE, SIN CITY, V PER VENDETTA, e poi una spruzzata di Hitchcock, di Scorsese, dei fratelli Coen (IL GRANDE LEBOWSKI, BARTON FINK, FARGO)
IN TV E DA ALTRE PARTI
I SIMPSON, X-FILES, FUTURAMA, la Roma, il ciclismo, la mia città (Roma), i fumetti DISNEY (Carl Barks e Don Rosa), la fantascienza, Neon Genesis Evangelion, Report, Gli album di Marco Paolini, i programmi di Radio Due, i fumetti di Frank Miller (Sin City), di Jean Giraud, alias Moebius, di Enki Bilal, Sandman (di Neil Gaiman)
[martedì, 29 novembre 2005]
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Quando ti manca qualcosa che hai fatto per una vita
Rieccomi qua, deciso a postare, una volta tanto, che vi starete chiedendo che fine ho fatto.
Sono giorni di incertezza quelli che vivo, incertezza per non so nemmeno io cosa... Incertezza per quello che voglio fare da grande, per come trascorrere le giornate, per quello che sento dentro, che è sempre contrastante perché faccio fatica a capirmi bene perfino io.
Per esempio è qualche giorno che penso che mi manca l'università; non il luogo in quanto tale, piuttosto l'idea di studiare, ma non di stare chino sui libri (quasi mai stato, io) quanto quella di curiosare, di approfondire alcune cose lasciate in sospeso nella tesi, di portare avanti un qualche tipo di progetto di studio. Un dottorato, fine a se stesso, sarebbe l'ideale sotto questo profilo, chissà magari un giorno ci farò un pensiero.
Quanto a qualcosa di più concreto, anche per il futuro, dovrei pensare ad un master: ammetto che non mi sono interessato particolarmente in questo periodo, se ne parlerà più probabilmente l'anno prossimo; il fatto inquietante è che questi cavolo di master costano tutti un patrimonio, più o meno; quindi mi sa che devo iniziare a risparmiare, perché sennò qualche migliaio di euro da tirare fuori quando li trovo? Allora speriamo di continuare a lavorare: tanti piccoli passi da fare, tante esperienze, ogni cosa alla fine avrà il suo significato, no? La cosa curiosa è che parlo di studiare o più specificamente di un master, ma mica lo so che cosa voglio fare: ve lo ho detto che sono incerto. Però, la mia facoltà sta avviando, insieme ad altri, un master in organizzazione ed ideazione degli eventi culturali: sembra davvero interessante, se non costasse la bellezza di 5.500 euro... Ci sono dei finanziamenti della Regione, chissà magari se mi fossi informato prima avevo i requisiti per accedervi: diciamo però che preferisco informarmi quando avrò qualche soldo per essere sicuro (magari per qualcosa di meno costoso...).
Quanto al resto, tutto uguale, ragazzi miei; vivo dei miei sbalzi d'umore, via così. Però, l'altro giorno ho rivisto Old Boy, film che molti di voi ricorderanno ho adorato e di cui mi sono comprato il DVD di recente. Una delle frasi topiche del film fa più o meno così "sorridi e il mondo sorriderà con te, piangi e piangerai da solo": allora cercherò di sorridere, che è meglio.
Vi saluto e spero che mi perdonerete se passerò poco da voi anche nei prossimi giorni; sento un po' il bisogno di dovermi staccare dal blog, quindi chi ha l'accesso al mio blog è libero di sbizzarrirsi. Tanto lo so che non posta nessuno... Chi può mi smentisca.
Aggiornamento delle 8, 52: spulciando indietro il mio blog ho trovato un paio di post introspettivi più interessanti di questo; la cosa bella è che descrivono ancora, almeno in parte, il mio stato d'animo. Per chi volesse leggerli o rileggerli (non vi affollate, prendete il numeretto) eccoli qui: questo del 28 giugno, in cui parlo anche di Dance Dance Dance di Murakami, libro stupendo che aiuta davvero a riflettere su se stessi; l'altro è questo del 13 giugno, interessante a suo modo. Più che altro ho messo questi link pensando a me, che li ho riletti. Ciao a tutti.
Immaginato da PhilipDick
alle 08:33 /
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# diario e pensieri vari
[mercoledì, 23 novembre 2005]
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Realtà e mondi speciali
"I lettori dicono che dipingo sempre lo stesso mondo, un mondo riconoscibile. Dov'è questo mondo? Nella mia testa? E' quello che vedo nella mia vita e che inconsapevolmente trasferisco nei romanzi e nei lettori? Almeno sono coerente, dal momento che è tutto un solo romanzo. Ho il mio mondo speciale".
"Mi sembra di vivere sempre più nei miei romanzi. Non riesco a immaginarmi il perché. Sto perdendo il contatto con la realtà? O la realtà sta effettivamente scivolando verso un tipo di atmosfera dickiana?"
Philip K. Dick - Exegesis (nota: dall'introduzione di Carlo Pagetti a L'androide Abramo Lincoln)
Immaginato da PhilipDick
alle 10:23 /
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# philip dick e immaginaridickiani
[mercoledì, 23 novembre 2005]
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E se mi laureassi in...
Immaginato da PhilipDick
alle 10:11 /
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# altro, immaginario
[martedì, 22 novembre 2005]
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Che Italia che fa
Immaginato da PhilipDick
alle 09:35 /
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# fatti e opinioni
[lunedì, 21 novembre 2005]
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Di bandiere, di mutande, di buchi di culo, ma anche altro
Accade che uno scrittore arrivi a 50 anni e decida di fare i conti con i propri personaggi e le proprie storie. Quindi, decida di liberare la sua testa da tutto quello che la cultura vi ha messo dentro durante questi 50 anni. E allora tira fuori bandiere, mutande, buchi di culo (questo sotto è il disegno di un buco di culo).

E così Vonnegut scrive La colazione dei campioni ovvero Addio, triste lunedì, una trentina e oltre d'anni fa. Un libro, questo, in cui Kurt Vonnegut racconta di come Kilgore Trout, senza dubbio il suo personaggio più noto, il suo alter-ego narrativo, parta per Midland City (questa città non esiste, non cercatela sull'atlante) perché invitato ad un festival delle arti per discutere della fine del romanzo americano nell'era di McLuhan; Trout, naturalmente, non sa chi sia McLuhan è deciso a presentarsi con l'aspetto più possibile da barbone per parlare di come vivono i barboni, eventualmente. Naturalmente questa cosa fa ridere se presa nel contesto del libro, e se sapete chi è McLuhan, lo avete letto o studiato, o almeno sentito nominare.
Kilgore Trout è uno scrittore di fantascienza, che pubblica i suoi libri senza neanche sapere lui dove, ma di solito finiscono pubblicati su qualche libro sulle tope spalancate. Trout, come detto, è un personaggio notissimo di Vonnegut, che scrive e pensa centinaia di romanzi e migliaia di racconti partendo dagli spunti più strani; a volte viene da pensare che certi libri è un peccato non siano stati scritti sul serio (nota: lo scrittore di fantascienza Philip J. Farmer scrisse Venere sulla conchiglia, uno dei titoli attribuiti a Trout dal suo creatore in non ricordo quale romanzo, con lo pseudonimo "Kilgore Trout", appunto, che fu un tale caso da far credere lo avesse pubblicato Vonnegut stesso).
Trout, con tutta la sua assurda visione della vita, del tutto caotica, ne La colazione dei campioni parte verso l'incontro con un altro uomo, Dwayne Hoover, che sta impazzendo ma non lo sa, e che impazzirà del tutto quando leggerà un romanzo di Trout in cui si racconta che tutti gli uomini sono macchine e che un solo uomo è vero.
Questa esile trama è solo una scusa, una scusa per far liberare Vonnegut di tutta la roba che il suo cervello ha accumulato in tanti anni (come dice lui nella premessa). E' una non-storia in realtà, ma un modo per costruire qualcosa che rimane più o meno indefinito fino quasi alla fine; e allora ecco una satira geniale ed esilarante, aiutata da altrettanto geniali illustrazioni, sulla società americana, sulle macchine bianche e quelle nere, sulla pubblicità, sulla società di massa, sul consumismo, sulla guerra e sulla politica americana (incredibilmente attuale ancora oggi, purtroppo), e sulla cultura, su quello che c'è scritto solitamente nei romanzi, su quello che si considera di solito cultura, su ciò a cui si attribuisce un significato enorme, e magari è solo frutto di strategie di marketing. Sulla verità e sulle verità preconfezionate, cercate a tutti i costi e vendute come un qualsiasi altro prodotto (la colazione dei campioni era e forse è ancora il nome di una marca di cereali).
Il fatto è che non sempre c'è una verità. Vonnegut scrive un romanzo in cui entra lui stesso, a raccontarcene l'assurdità, in cui si fa Creatore e personaggio, per smontare gli stessi meccanismi del racconto, della narrazione, per collegare insieme tante di quelle cose al punto di dire verso la fine "che mettessero gli altri ordine nel caos, io avrei messo caos nell'ordine". E' quindi, alla fine di tutto, un romanzo dei più liberi mai letti da me, e credo mai scritti, anche nel linguaggio, semplice e comunque mai volgare, che non contiene verità (alcuni filosofi potrebbero discutere sul fatto che il linguaggio stesso è verità) ma che racconta la ricerca della verità, senza nessuna assolutezza, riconoscendo la libertà degli individui nella libertà dei personaggi, a cui il Creatore alla fine donerà libero arbitrio.
Infine, un libro da leggere perché la sgargiantissima copertina non può certo passare inosservata: è il valore aggiunto che giustifica il prezzo.

Nota: qui sono a disposizione le illustrazioni del libro, per chi fosse interessato. Chissà se la Feltrinelli si arrabierà per il disegno del buco di culo copiato sopra. Vabbè, sto facendo pubblicità al libro: se venderanno due copie in più sarà anche merito mio: dovrebbero pagarmi loro...
Immaginato da PhilipDick
alle 10:20 /
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# libri, immaginario, vonnegut
[domenica, 20 novembre 2005]
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La verità
Immaginato da PhilipDick
alle 14:09 /
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# libri, vonnegut
[sabato, 19 novembre 2005]
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Se lavora
Immaginato da PhilipDick
alle 17:18 /
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# diario e pensieri vari
[venerdì, 18 novembre 2005]
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Il WSIS
Vi segnalo i risultati principali del Summit mondiale per la società dell'Informazione (WSIS) in corso in questi giorni a Tunisi, di cui forse avrete letto, visto che sui giornali se ne è parlato. Vado veloce, per maggiori informazioni in rete se ne trovano una valanga.
Vi giro questo articolo in cui appare evidente il fallimento del vertice per quello che riguardava la questione più politica, il monodopolio dell'ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), ente no-profit americano che dal 1998 presiede all'assegnazione dei domini in rete com, org, net e qualche altro (quelli nazionali, come it sono gestiti a livello nazionale). La richiesta era quella di istituire una commissione mondiale, in una logica multilaterale per assegnare gli indirizzi web, voluta soprattutto da Brasile, Cina e Iran. Alla fine si è rimandato tutto al prossimo summit, fra cinque anni.
Ora, al di là delle procedure tecniche per l'assegnazione dei domini, è davvero una questione così importante? Non credo, si tratta secondo me di una questione politica, di rapporti internazionali e non altro (visto che Cina e Iran non brillano per la libertà, anche sul Web), anche perché non riesco a vedere dove l'assegnazione dei domini (che finora ha funzionato bene da un punto di vista tecnologico: non è certo questa la cosa da migliorare sul Web) costituisca di per sé un potere.
Internet, prima ed il Web, poi, si sono sviluppati in modo assolutamente decentrato e libero per l'azione indipendente dei primi utenti, e questo sistema di assegnazione degli indirizzi è sorto come risultato della ricerca ed è stato poi istituzionalizzato. Il fatto che l'ICANN sia americano (e in parte controllato dal governo USA, questo sì) è un falso problema: lo sviluppo globale dell' ICT (Information and Communication Society) non passa tanto per gli indirizzi, quanto piuttosto per gli accessi, per la possibilità di avere un pc da usare, per la possibilità di ridurre il digital divide fra nord e sud del mondo (questioni che si legano a problemi più grandi e globali, non solo mere questioni tecnologiche).
Interessante è, nella direzione della direzione del digital divide, la proposta del pc da 100 dollari a manovella per i paesi poveri sviluppato al MIT presentato da Nicholas Negroponte, guru che coniò anni fa il concetto di convergenza digitale. All'interno del Media Lab del MIT è stato portato avanti il progetto "One laptop per child", con l'intenzione di creare questi piccoli pc portatili (dotati di manovella per ricaricare le batterie, laddove non c'è energia elettrica) da destinare singolarmente agli studenti dei paesi più poveri.
Questi pc a vederli in foto sembrano giocattoli, ma sono assolutamente funzionali (e sono stati pensati per Linux), come dice Franco Carlini qui.
Quest'idea è buona, sarà da vedere quanto questi programmi saranno mera propaganda e quanto invece porteranno lo sviluppo informatico nel mondo, e soprattutto quanto alla diffusione di questi pc si accompagnerà la crescita di collegamenti Web, e quindi l'accesso alle informazioni (e qui viene in mente un altro problema: quanto questi paesi, spesso dittature, lasceranno libertà agli accessi ad Internet). Credo che davvero la strada per un accorciamento delle distanze fra ricchi e poveri passa anche da questo, (cero non solo da questo, anzi) viste le potenzialità che il Web potrebbe portare in termini di istruzione e conoscenze. Voglio essere ottimista da questo punto di vista, se certi progetti verranno davvero portati avanti.
Immaginato da PhilipDick
alle 09:23 /
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# scienza e tecnologia, internet e new media
[giovedì, 17 novembre 2005]
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Costituzione, new revision!
Immaginato da PhilipDick
alle 09:37 /
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# politica, fatti e opinioni
[mercoledì, 16 novembre 2005]
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Come sono i vostri vicini?
E' una domanda legittima questa sui vostri vicini. Osservateli bene, potrebbero nascondere i semi di una nuova vita di condominio, basata su una certa libertà di costumi, violenza, ritorno a una vita tribale.
Questo è quello che suggerisce James Ballard in Il condominio, sicuramente uno dei più importanti dello scrittore inglese, che si inserisce nella sua opera orientata a descrivere i cambiamenti antropologici e sociologici determinati dalla trasformazione dell'uomo in un animale metropolitano, dall'influenza della tecnologia, sempre più importante nelle nostre vite comode, dalle costrizioni sociali imposte dalle convenzioni, dai mass media, dalla vita di relazione e dalla società post-industriale (molto si può capire da queste citazioni).

Ballard, come spesso, ci racconta le vicende di una media e alta borghesia di professionisti che costituisce una sorta di elite della società; elite però in cui si sviluppano istinti distruttivi e devianti, in una sorta di ritorno alle origini.
Il condominio in questione è un grattacielo di 40 piani, con 2000 abitanti, alla periferia residenziale di Londra; i professionisti e gli esponenti dell'alta e media borghesia che abitano il palazzo formano una classe apparentemente omogenea. Apparentemente, perché la chiusura del palazzo, il suo essere una comunità autosufficiente, fa emergere tutte le differenze fra gli abitanti di un piano e l'altro. E così, una piccola ritorsione dopo l'altra, il grattacielo si trasforma in una giungla di lotte tribali ed individuali, per conquistare i piani migliori e quindi ascendere anche socialmente.
Ballard estremizza aspetti della vita di tutti i giorni fino a scavare dentro la psicologia umana, denro i meccanismi sociali che governano i comportamenti degli individui fino a delineare una trasformazione antropologica dell'uomo: alla crescita dell'umanità, sociale e tecnologica, corrisponde una sorta di regressione ad una guerra di tutti contro tutti, a comportamenti primitivi ed istintivi, in cui vige la legge del più forte e poi nessuna legge più; in cui la violenza, il sesso, il caos, sono gli elementi primordiali iscritti nel nostro DNA, tarpati dall'educazione e dalla cultura di millenni di evoluzione, ma sempre pronti ad uscire in ogni momento.
Il quadro fornito da Ballard è, come ho detto spesso per questo autore, iperreale: fantastico ma assolutamente credibile. Si può rabbrividire delle aberrazioni che Ballard descrive con la sua scrittura asciutta e razionale; ma ad un livello più profondo certi meccanismi appaiono chiari e lineari, ed è difficile non pensare che siamo bombe pronte ad esplodere. E poi pensi un altro po' e ti dici che l'uomo è una bomba che non ha mai smesso di esplodere. Forse il condominio potrebbe diventare una città... E allora pensi alle periferie francesi in rivolta. E pensi ai grandi casermoni delle periferie italiane, agli eco-mostri, alla gente che una casa non ce l'ha e a quelli che vorrebbero una terra per il proprio popolo; pensi a tutte le periferie del mondo pronte ad esplodere, e pensi alle bombe che fanno esplodere preventivamente queste periferie. Allora capisci che non siamo poi tanto lontani dall'esplosione della psiche umana e delle società.
Immaginato da PhilipDick
alle 09:14 /
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# libri, immaginario, ballard
[lunedì, 14 novembre 2005]
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Dietro un nome che cosa c'è?
Buongiorno e buona settimana a tutti. Ieri mi stavano venendo in testa alcuni pensieri niente male da tradurre in un post. Peccato che nella mia pigrizia non ne abbia preso nota subito: peccato, erano così alti che avrebbero fatto accantonare definitivamente la "Critica della ragion pura" di Kant.
A parte questo, mi arrangio e cerco comunque di buttare qualcosa giù. Faccio un giro un po' largo. Mi hanno raccontato di una blogger (che non passa e mai passerà qua, spero) che ha chiuso il suo blog dopo che il fidanzato l'ha scoperto, perché nella blogosfera si era creata una identità fittizia da femme fatale, e il por'omo che avrà pensato? Poi stavo parlando, con una cara amica, dei nickname: cambiare nick per sparire, per trasformarsi? C'è chi non rivela ai suoi lettori il proprio nome manco sotto tortura e c'è chi si espone in prima persona come il sottoscritto. Per non parlare, poi, di chi non si pone proprio il problema. Infine c'è anche chi usa il nick, ed il blog, come un mezzo per far uscire sé stessi, per crearsi uno spazio in cui mettersi liberi a girare nudi per casa (è una metafora, se non lo avete capito) senza essere visti.
Poi ognuno avrà la sua da dire, circa il proprio nickname. Tutto questo mi fa venir voglia di accennare qualcosa sul mio, di nickname. Intanto, lo sapete tutti, non ho mai fatto mistero della mia vita, del mio nome: Stefano e PhilipDick sono senza dubbio la stessa persona, solo che a volte Stefano parla più di Phil e viceversa. Chi passa di qua da parecchio tempo mi conosce bene davvero, perché non ho mai fatto mistero delle mie passioni, di quel poco che mi accade, di quello che mi va e non mi va (ognuno poi avrà una sua immagine di Ste/Phil: come mi vedete? naturalmente chi mi conosce di più è avvantaggiato), e se qualcuno di voi dovesse farmi un regalo saprebbe cosa mi piace, forse (si aspettano doni: il mio indirizzo è...).
Ok, e allora? Vengo al punto. Perché, secondo voi, ho scelto PhilipDick come nick? Ok, non è una gran domanda, in fondo ne ho parlato tante volte.
Della mia passione per PKD sapete tutto o quasi, ma è una passione che va oltre il piacere provato a leggere i suoi libri: si tratta di aver acquisito un modo differente di leggere la realtà, di interpretare ogni cosa secondo parametri ultrarelativistici: tutto potrebbe qualsiasi cosa. Sia chiaro, ovvio, che so che il tavolo che ho davanti c'è davvero, così come il mio pc.
Quando scelsi il nick l'idea iniziale era Ubik, però era già stato preso (e ho scoperto poi diverse varianti dello stesso Ubik), e visto che volevo un nickname che richiamasse Dick allora ho optato direttamente per PhilipDick; a posteriori avrei potuto chiamarmi con il nome di qualche personaggio dei libri di Dick, chessò, Rick Deckard (già preso pure questo) oppure Joe Chip, ma sarebbe stata un'altra storia.
Al momento di aprire il mio, di blog, ormai mi sentivo a mio agio con PhilipDick, e non poteva essere dversamente.
Vengo al punto. Il fatto è che per me è sempre più naturale identificarmi con Dick, con il suo pensiero, con il suo voler sempre guardare oltre il velo che ricopre la nostra realtà per osservare quello che c'è sotto (cosa che però può portare ad un eterno circolo...). Se avessi una forte idea di una vita dopo la morte penserei addirittura che il buon Philip mi guardi e mi lanci dei messaggi; per esempio, quando lessi "Occhio nel cielo" ad un certo punto si descriveva un sistema di comunicazione con Dio, realizzato con i massimi sviluppi ottenuti nei campi dell'informatica, della semantica e della comunicazione: era il periodo in cui dovevo ancora iniziare la tesi, che non sapevo per che verso prenderla, e guarda caso queste tre discipline dovevano rientrarci, come è stato (mi immagino quel vecchio barbone che mi diceva "allora? la fai o no 'sta cazzo di tesi?").
Sapete molte cose mi accomunano a Dick, tranne che lui ha consumato quantità industriali di LSD, che ha trascorso molto tempo in cliniche psichiatriche, che a un certo punto della sua vita ha visto Dio, che gli ha parlato e si è manifestato nella forma di un raggio rosa che scendeva su di lui (esperienza raccontata in "Valis", nelle vicende del suo alter-ego Horselover Fat). Insomma se togliete queste cose...
Il fatto è che tendo a vedere la realtà opaca, traslucida: dietro c'è di sicuro qualcos'altro, solo che senza droghe psicotrope difficilmente riuscirò mai a scoprirlo...
Detto questo: i vostri nick hanno una ragione particolare? sono frutto di determinate esperienze, passioni, amori, odii, oppure sono del tutto casuali?
Immaginato da PhilipDick
alle 09:57 /
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# diario e pensieri vari, philip dick e immaginaridickiani
[sabato, 12 novembre 2005]
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Strade nuove?
Immaginato da PhilipDick
alle 16:50 /
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# diario e pensieri vari
[venerdì, 11 novembre 2005]
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Il pensatore del terzo millennio
Quando ci si spreme le meningi si viene ricompensati così

Qui ho trovato questa notizia curiosa. La statua che vedete è all'ingresso in azienda in Yahoo!, per celebrare lo sforzo dello staff nella lotta a Gmail, che mette in crisi Yahoo!Mail. Della lotta fra i due colossi del web non me ne può importare di meno, soprattutto da quando Google è in borsa e i suoi fondatori sono ancora di più ricchi sfondati. La statua però è troppo divertente.
Immaginato da PhilipDick
alle 09:17 /
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# internet e new media
[mercoledì, 09 novembre 2005]
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Frank Miller's Sin City
Quando mesi fa vidi Sin City al cinema, vi dissi di come fossi rimasto affascinato dalle atmosfere di quel film, nonché dallo stesso fumetto che avevo appena scoperto. Dipenderà dai gusti, certo, ma la forza di quel film e dei fumetti di Frank Miller, che sto leggendo con piacere, risiede intanto in scelte stilistiche specifiche che rendono l'immaginario di Sin City ben delineato e riconoscibile. Il film di Robert Rodriguez costituisce la messa in scena dei sogni e delle immaginazioni di Frank Miller, le cui tavole vengono riprodotte sullo schermo scena per scena, e risulta secondo me la giusta sintesi fra due medium diversi ma allo stesso tempo profondamente simili, come il cinema ed il fumetto, per la loro capacità di creare l'immersione del lettore (in senso semiotico) nelle vicende, e di guidarlo su percorsi di interpretazione che richiamano la conoscenza del genere e degli elementi tipici di immaginario che costituiscono la base di ogni opera ben riuscita, attraverso il meccanismo della sospensione dell'incredulità.
Al di là del film, che ho adorato, è bene parlare del Sin City originale, quello scritto, disegnato ed inchiostrato da Frank Miller. La forza delle storie, che non hanno un centro, che non hanno un protagonista, risiede nel suo tuffare il lettore in due grandi aspetti dell'immaginario (e scusate se insisto tanto su questo punto, ma nel mio blog è la chiave di lettura obbligata): il genere noir, come meta-genere che ne riassume tanti e che funziona spesso da sotto-genere (per esempio come non riconoscere i toni noir in un film come "Blade Runner"?), e la metropoli, e tutte le sue seduzioni ed alienazioni, nel rapporto fra individuo e massa, fra merce e arte, fra consumo e spettacolo e delle merci.
Miller con Sin City compie una operazione di questo genere: lavora e plasma la materia dell'immaginario per ottenere un effetto narrativo accattivante, seducente, per tenere incollato il lettore alle sue tavole, ma opera anche nella direzione di descrivere un mondo aberrante, dove non ci sono buoni, dove ci sono solo interessi, dove la legge e l'etica prendono direzioni diverse dalle consuete. La Citta del Peccato (ma in realtà il nome della città è Basin City) è un concentrato di illegalità, di corruzione, di spersonalizzazione dell'individuo, del tutto assorbito all'interno degli ingranaggi che regolano la vita di Sin City, dei suoi valori e dei suoi codici di comportamento.
E non è un caso che non ci sia un protagonista della serie (sviluppata in 7 albi) ma che al centro di tutto ci sia la città stessa, con i suoi quartieri, in cui si esercita di volta in volta un potere diverso: da una parte i poliziotti, (non i buoni) che lavorano spesso per i potenti della città, dall'altra la malavita e, ancora, nella splendida Città Vecchia (splendida per le sue splendide abitanti), dove governano le ragazze, le prostitute ammalianti e seducenti, in grado di portarti in paradiso se rispetti le loro regole, e hai soldi per pagare, ma che potrebbero strapparti la pelle (ho scritto pelle, eh...) se non righi dritto.


Per spiegare la forza di questo fumetto ricorro alle parole di chi certi concetti li ha già espressi bene, nell'introduzione ad Affari di famiglia, e che ha rafforzato in me l'amore per le spede laser: "Riflettere sulla tradizione del noir e sulle sue forme ci permette di entrare nel cuore dei meccanismi narrativi di Sin City, affascinanti ma tutt'altro che semplici, specchio deformante ma non menzognero dei rapporti sociali e della stessa sostanza del potere. Miller disgrega definitivamente quella tradizione e ne utilizza le rovine semiotiche come materiale di costruzione per le sue avventure disperate e mortali, in cui crimine e peccato che impattano sul corpo individuale sono metafore della malattia più profonda che investe il corpo sociale".
Miller recupera tutta la tradizione del genere noir, a fumetti ma non solo, e rielabora immagini e personaggi tipici (il detective, il giustiziere solitario, la femme fatale...) fino a creare qualcosa di assolutamente nuovo, che coniuga un immaginario tipico sviluppato negli anni 40-50 con la sensibilità moderna e l'immaginario degli ultimi dieci anni, in cui sangue, sesso e violenza diventano, appunto, metafore di qualcos'altro, arrivando anche al pulp, se questa parola vuol dire qualcosa.
Le storie di Dwight, di Gail, della ninja-prostituta Miho, di Becky, che deve sempre telefonare alla mamma (Affari di famiglia, Un'abbuffata di morte), o di Wallace ed Esther (All'inferno e ritorno: favoloso), o ancora di Marv e Goldie (... senza titolo, solo Sin City, è il primo volume), mi hanno preso nella rete, anche per lo stile assolutamente peculiare ed originale di Miller, che con il b/n, con i chiaroscuri, lavora creando delle tavole belle da morire, che generano un effetto di iperrealtà, fino a diventare surreali (e perfino psichedeliche, come nella chicca che rappresentano alcune tavole interamente a colori di "All'inferno e ritorno"). La forza delle tavole di Miller sta anche in un montaggio che è tipicamente cinematografico, rendendo del tutto naturale il sincretismo fra i due medium (così ben realizzato nel film), sviluppandosi con inquadrature che trovano angolazioni in cui l'influsso della tradizione delle immagini in movimento è a dir poco evidente.
So di aver scritto molto, e chissà quanti hanno preferito non leggere così tante parole, ma dovevo dedicarmi ampiamente a questo post, era un debito che sentivo verso il piacere provato a sfogliare questi fumetti, su cui è bello ritornare, ogni tanto.

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# fumetti, immaginario
[martedì, 08 novembre 2005]
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Un po' di tempo nella Città Vecchia...
Stasera un po' di tempo passato con questa gente qua...

Come si fa a non dare di matto per questa donna qui?

Per non parlare della versione di celluloide...


Immaginato da PhilipDick
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# cinema, fumetti