:: PHILIP DICK
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:: IMMAGINARIO
...è tutto quello che forma le nostre idee, il nostro
modo di leggere il mondo, di rapportarci ad esso e agli altri. L'immaginario
in cui siamo immersi è formato da tante cose: cinema, libri, tv, fumetti,
pubblicità, sport e naturalmente ciò che
accade nel mondo. E ancora, lo sviluppo tecnologico, i computer, Internet
e tutto ciò che ci fa comunicare con il mondo.
La nostra cultura è fatta di “immagini” che provengono
da tutto ciò e che diventano importanti anche senza accorgercene: sono
“fantasmi semiotici” in cui si racchiude il significato di quello
che è la nostra società, una società che si sostiene
anche con l’immateriale delle idee e dei concetti.
IMMAGINA UNA BIBLIOTECA
Sto leggendo: Per ora nulla,
Ultimi libri letti: Boh, chi si ricorda...
Autori e libri preferiti: Philip Dick (UBIK, MA GLI ANDROIDI
SOGNANO PECORE ELETTRICHE, LE TRE STIMMATE DI PALMER ELDRITCH, UN'OSCURO SCRUTARE,
I SIMULACRI, L'UOMO NELL'ALTO CASTELLO, SCORRETE LACRIME DISSE IL POLIZIOTTO, LABIRINTO DI MORTE, L'ANDROIDE ABRAMO LINCOLN, NOI MARZIANI, CRONACHE DEL DOPOBOMBA, LA TRILOGIA DI VALIS), J.R.R. Tolkien (IL SIGNORE DEGLI ANELLI), William Gibson (NEUROMANTE,
AMERICAN ACROPOLIS, LA NOTTE CHE BRUCIAMMO CHROME), J.G. Ballard (CRASH, IL MONDO SOMMERSO, LA MOSTRA DELLE ATROCITA', IL CONDOMINIO, L'IMPERO DEL SOLE),
Bruce Sterling (LA MATRICE SPEZZATA, CAOS USA, LO SPIRITO DEI TEMPI, FUOCO SACRO), Haruki
Murakami (DANCE DANCE DANCE), Luhter Blisset/Wu Ming (Q, HAVANA GLAM, 54, ASCE DI GUERRA, MANITUANA),
Don DeLillo (UNDERWORLD, MAO II, AMERICANA, COSMOPOLIS), David Foster Wallace (INFINITE JEST), Jack Kerouac (SULLA STRADA), Joe R. Lansdale
(RUMBLE TUMBLE, MANEGGIARE CON CURA, IN FONDO ALLA PALUDE, ECHI PERDUTI, LA SOTTILE LINEA SCURA), Chuck Palahniuk (SURVIVOR, SOFFOCARE), Kurt Vonnegut (MATTATOIO N. 5, LA COLAZIONE DEI CAMPIONI, LE SIRENE DI TITANO), Edward Bunker (COME UNA BESTIA FEROCE, CANE MANGIA CANE, LITTLE BOY BLUE, EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA), Matt
Ruff (ACQUA, LUCE E GAS), Valerio Evangelisti (Eymerich vari, METALLO URLANTE, ANTRACITE), Niccolò Ammaniti (TI PRENDO E TI PORTO VIA), Girolamo De Michele (TRE UOMINI PARADOSSALI, SCIROCCO), Philip Roth (PASTORALE AMERICANA, IL COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA), Giuseppe Genna (DIES IRAE, NEL NOME DI ISHMAEL), Robert A. Heinlein (UNIVERSO, STRANIERO IN TERRA STRANIERA)
e poi Italo Calvino (SE UNA NOTTE DI INVERNO UN VIAGGIATORE, LE CITTA' INVISIBILI,
LE COSMICOMICHE), John Fante (CHIEDI ALLA POLVERE, LA CONFRATERNITA DELL'UVA), Walter Tevis (LA REGINA DEGLI SCACCHI), “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, i racconti
di E.A. Poe, Isaac Asimov, Johnatan Coe, Nick Hornby, Carlo
Lucarelli, Umberto Eco, Daniel Pennac, Stefano Benni, Neil Gaiman, Charles Bukowski
e ancora...
IMMAGINA UN CINEMA
Film preferiti: In ordine sparso, tutto Kubrick (su tutti
ARANCIA MECCANICA, 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO e FULL METAL JACKET), BLADE RUNNER,
tutto Tarantino
(PULP FICTION e KILL BILL vol.1 in particolare, ma anche LE IENE), MATRIX,
1997 FUGA DA NEW YORK, THE BLUES BROTHERS, i film di David Cronenberg (EXISTENZ,
LA MOSCA, VIDEODROME, IL PASTO NUDO, CRASH), STAR WARS, ALIEN e ALIENS, APOCALIPSE NOW, LA 25a ORA (e altri film di Spike Lee), IL SIGNORE DEGLI ANELLI, METROPOLIS, TRUMAN SHOW, FIGHT CLUB,
NATURAL BORN KILLERS, i film di Park Chan Wook (OLD BOY, LADY VENDETTA, MR. VENDETTA), i film di Woody Allen (MANHATTAN, IO E ANNIE, MATCH POINT, IL DITTATORE DELLO STATO LIBERO DI BANANAS,
PROVACI ANCORA SAM) i film di Jim Jarmusch (GHOST DOG, DEAD MAN, DAUNBAILO'),
L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE, BRAZIL, ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND, MULHOLLAND
DRIVE, SIN CITY, V PER VENDETTA, e poi una spruzzata di Hitchcock, di Scorsese, dei fratelli
Coen (IL GRANDE LEBOWSKI, BARTON FINK, FARGO)
IN TV E DA ALTRE PARTI
I SIMPSON, X-FILES, FUTURAMA, la Roma, il ciclismo, la mia città (Roma),
i fumetti DISNEY (Carl Barks e Don Rosa), la fantascienza, Neon Genesis Evangelion,
Report, Gli album di Marco Paolini, i programmi di Radio Due, i fumetti di
Frank Miller (Sin City), di Jean Giraud, alias Moebius, di Enki Bilal, Sandman
(di Neil Gaiman)
[giovedì, 31 marzo 2005]
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dentro un barattolo
Mi sento chiuso in un barattolo, chi mi fa uscire? Sapete il mondo dietro uno strato di vetro non è bellissimo, mi manca un po' d'aria... Ho vogli di uscire da questo barattolo, sbattetelo per terra, se necessario, tirate un sasso, qualsiasi cosa.
Immaginato da PhilipDick
alle 17:53 /
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# diario e pensieri vari
[giovedì, 31 marzo 2005]
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Si vota, ci tocca
È arrivato il momento di parlare delle prossime elezioni regionali. Non che ne abbia molta voglia però, diciamo, che mi tocca. Ho accuratamente evitato di parlare di quello che è successo nella mia regione nelle settimane scorse, con le firme false della lista della Mussolini, o con le polemiche sul nonno di Storace, a causa della negligenza di un giornalista dell’Unità, per non parlare dell’anomalia di vedere candidato per il centro-sinistra il signor Mimandaraitre, Piero Marrazzo (ma nel Lazio sembra essere d’obbligo candidare un giornalista: Badaloni fu presidente della Regione dal ’95 al 2000, quando perse contro Storace).
Di queste polemiche, meglio non parlarne che se ne è già detto troppo. Però un dubbio io lo pongo: ma come facevano Storace e i suoi a sapere delle firme false (sennò non avrebbero fatto l’incursione pirata nei terminali del Comune)? Per quanto Storace cerchi di passare per vittima, dopo che si sia messo in mezzo il nonno, per me, qua nel Lazio faremo la fine della Florida nelle elezioni presidenziali del 2000. Spero tanto di no, ma l’aria che tira… Per non parlare del fatto che già si dice che molto probabilmente dopo quello che è successo le elezioni nel Lazio verranno annullate. Aspettiamoci di tutto.
Ma le elezioni si avvicinano, e i muri delle nostre città si riempiono sempre di più di inutili manifesti elettorali (che formano uno strato di un metro buono, manifesto su manifesto). E allora per chi votare? Beh, si voterà per Mimandaraitre, questo passa il convento, perché per quanto si cerchi di dire, da parte della maggioranza di governo, che le elezioni regionali non hanno rilevanza politica, alla fine che può fare l’elettore medio se non votare per il candidato della coalizione che predilige? Penso che molto pochi saranno quelli che voteranno in base ai programmi (io stesso non mi sono interessato troppo alla questione: indipendentemente da quello che mi promette Storace per questa regione, governata finora di merda, non potrei mai votare per lui, sennò mi verrebbe l’orticaria, e avrei rimorsi di coscienza per l’eternità).
È questo il problema che mi pongo. Nessuno sa che cosa promettono i vari candidati, perché tanto ogni tornata elettorale viene letta sempre in chiave di politica nazionale, e il povero elettore medio che deve fare? Magari in questi giorni cerco di informarmi.
Però andateci a votare, anche turandovi il naso come diceva Montanelli, e possibilmente fate in modo di far venire qualche mal di pancia a Berlusconi e ai suoi, non solo nel Lazio. Poi per il prossimo anno ne riparleremo… Tanto state certi che il 4 aprile diranno tutti che hanno vinto, in un modo o nell’altro. Ma chissà che non ci sia qualche terremoto (politico sia chiaro).
Immaginato da PhilipDick
alle 09:00 /
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# fatti e opinioni
[mercoledì, 30 marzo 2005]
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Un luogo d'immaginario
«Il World Trade Center era già in costruzione, le torri gemelle già svettanti, con le gru inclinate sulla sommità e i montacarichi che salivano lungo i fianchi. Klara lo vedeva dovunque andasse praticamente. Mangiava, beveva un bicchiere di vino e poi andava verso la balaustra o il bordo piatto e di solito la costruzione era lì, cospicua sull’estremità affusolata dell’isola, e un uomo le si avvicinò una sera, presto, a un cocktail sul tetto di un palazzo di una galleria – un uomo sui sessanta, pensò Klara, corpulento e mascelluto ma con una sua eleganza, sicuro di sé, riservato e distinto, un solido esemplare di europeo.
-Io lo vedo come una cosa sola, non due, - disse Klara, - Anche se chiaramente le torri sono due. È una singola entità, non è vero?
-È una cos terribilissima ma non si può fare a meno di guardarla, credo.
-Sì, non si può farne a meno»
Don DeLillo – Underworld (1997)

«-Parlami di New York, - disse lui. - Ormai non ci vado più. Quando penso alle città dove ho vissuto, vedo degli enormi quadri cubisti.
-Ti dirò quello che vedo io.
-Quell’angolosità, quella densità, le vecchie sfumature brunastre e il modo in cui le città invecchiano e si macchiano nella mente come mura romane.
-Vedi, dove abito io, c’è un caos di tetti, un guazzabuglio, quattro, cinque, sei, sette piani, ed è un alternarsi di cisterne d’acqua, corde del bucato, antenne, abbaini, comignoli, tutto ciò che è umano nella parte bassa dell’isola, piccoli giardini rannicchiati, sculture, insegne dipinte. E io apro gli occhi su queste cose, le amo, per me contano. Ma tutto questo lo spazzano via per poter costruire le loro torri.
-Vedrai che anche le torri finiranno per sembrare umane e locali e caratteristiche. Basta che gliene lasci il tempo.
-Adesso mi metto a picchiare la testa contro il muro, dimmelo tu quando smettere.
-Poi non saprai cosa ti ha fatto impazzire.
-Ho già il World Trade Center.
-Ed è già innocuo e senza età. Con un’aria dimenticata. E pensa quanto potrebbe essere peggio.
-Cosa? - fece lei.
-Se ci fosse una torre invece di due.
-Vuoi dire che interagiscono. Che c’è un gioco di luce.
-Ma non credi che sarebbe molto peggio una torre sola?
-No perché io protesto solo in parte per la dimensione. La dimensione è micidiale. Ma averne due è come un commento, è come un dialogo, solo che non so cosa si dicono.
-Si dicono “buona giornata”.»
Don DeLillo – Mao II (1991)
Immaginato da PhilipDick
alle 10:47 /
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# libri, delillo
[martedì, 29 marzo 2005]
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Il naso nella schiuma
Una serata tra buoni amici, tutti colleghi o ex colleghi di università. Sapete com’è, io ancora ci sto dentro, ma c’è anche chi ne è già uscito da quel tunnel che si chiama tesi, e pure da parecchio tempo. E la cosa strana è che ci vediamo raramente, ma lo facciamo sempre in occasione della laurea di qualcuno o in prossimità. Quasi che ci si faccia coraggio a vicenda, fra chi ha comunque vissuto insieme una porzione importante di tempo, fra lezioni e preparazione degli esami.
Però, cavolo, non potete chiedermelo voi “che farai dopo?”. Vi prego, ci siete già passati o ci state passando, sapete quanto è brutto non avere idea di cosa fare. E a me, poi, che sono in crisi di mio mi chiedete ‘sta cosa? No, siete proprio scorretti. Fortuna che avevo una buona birra chiara tedesca artigianale (di cui non ricordo il nome) che mi ha sorretto nel confronto, naso dentro la schiuma.
E poi non hanno tutti i torti qualcosa dovrei fare, dopo, o no? Mica si finisce dopo aver discusso la tesi. Magari…
Però a volte fra due chiacchere e una buona birra si sta bene comunque, e magari si pensa a parlare con i propri amici, a sentire le loro storie e a riaggiornare le varie vicende, dopo che per un po’ ci si è persi di vista (ci si sente sempre troppo poco). E allora fra qualche citazione dei Simpson e di Guerre Stellari, a parlar male della riforma della costituzione e di amenità varie, si riesce pure a non pensare al fatto che l’assistente che ti segue ti abbia detto di fare non poche correzioni alle ultime parti di tesi che le hai fatto leggere, e che probabilmente visti certi appunti anche quello che ancora non ha letto non andrà troppo bene. Ok, ho detto l’altro giorno che devo sforzarmi di essere ottimista. Ci provo, però sapete come va la testa. Forse è meglio rimettere il naso dentro la schiuma della birra.
Ora devo pure andare dal medico, che sto male da una settimana e sto sempre uguale, forse sono lentamente peggiorato.
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alle 10:49 /
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# diario e pensieri vari
[domenica, 27 marzo 2005]
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Associazione di idee
Voglio essere ottimista. Devo ottimizzare il tempo. Il tempo va colto. Cogli l’attimo, perché può darsi che ti porti in posti che non avresti mai pensato. Pensi, quindi sei. Sono proprio perché penso. Spesso penso troppo. A volte dovrei pensare un po’ di meno e lasciarmi andare, magari spegnendo il cervello per due minuti. In quei due minuti andatevene nel posto preferito, chiudete gli occhi, riapriteli e cominciate a correre. Correte finché ce la fate, senza pensarci troppo. Se correte sulle ali della fantasia anche i vostri piedi prima o poi li ritroverete un po’ più avanti. La fantasia ci fa essere ottimisti, quindi, ottimizzare il nostro tempo, e coglierlo. Dalla fantasia viene il pensiero. Voglio pensare ed essere fantasioso allo stesso tempo. Che viene prima?
Immaginato da PhilipDick
alle 21:51 /
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# diario e pensieri vari
[domenica, 27 marzo 2005]
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Sono tornato a postare qualche recensione di libri e film dei mesi scorsi. chi passa di qua abitualmente probabilmente le ha già lette, ma se trovate qualcosa di vostro gradimento nulla vieta che ridiate un'occhiata a questa roba... Se non le avete lette, beh, può darsi qualche consiglio su un bel libro da leggere, non si sa mai, provare per credere
Immaginato da PhilipDick
alle 11:32 /
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#
[domenica, 27 marzo 2005]
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Crash, di James G. Ballard
(post del 4/10/2004)
«Il matrimonio tra ragione e incubo che ha dominato il ventesimo secolo ha generato un mondo sempre più ambiguo. Il paesaggio delle comunicazioni è attraversato dagli spettri di sinistre tecnologie e dai sogni che il denaro può comprare. Sistemi d’armi termonucleari e pubblicità televisive di bibite coesistono in un mondo sovrailluminato che ubbidisce alla pubblicità e agli pseudo-eventi, alla scienza e alla pornografia. Alle nostre vite presiedono i due grandi leitmotiv gemelli del ventesimo secolo: sesso e paranoia. Né la soddisfazione di McLuhan per i mosaici informativi ad alta velocità può farci dimenticare il profondo pessimismo espresso da Freud in Il disagio della civiltà. Voyeurismo, disgusto di sé, la base infantile dei nostri sogni e dei nostri desideri – questi mali della psiche sono ora culminati nella perdita più atroce del secolo: la morte del sentimento.
Questa dipartita ha spianato la strada a tutti i nostri piaceri più concreti e delicati – quelli delle delizie del dolore e della mutilazione; del sesso come arena perfetta, come brodo di coltura di sterile pus, per tutte le veroniche delle nostre perversioni; della libertà di attendere alla nostra psicopatologia come a un gioco; dell’illimitatezza delle nostre capacità di concettualizzazione. Ciò che i nostri figli hanno da temere realmente non sono le autostrade del domani, bensì il nostro sottile piacere nel calcolare più eleganti parametri delle loro morti».
J. G. Ballard – Postfazione a “Crash”
Chi si dovesse chiedere quale sia il significato di un libro come Crash, libro scritto nel 1973, può leggere la postfazione allo stesso libro, scritta dal suo autore nel 1974, di cui ho riportato il brano iniziale.
Crash è un romanzo che il suo stesso autore definisce di fantascienza e pornografico.
Il romanzo racconta le vicende di una serie di personaggi che risolve la propria vita nei suoi atti sessuali, a cominciare dal narratore e protagonista, James Ballard (ma non credo che il romanzo sia autobiografico; forse solo a livello metaforico, ma non è importante). Dopo uno o più incidenti d’auto i protagonisti per continuare a “vivere” si attaccano in maniera morbosa all’oggetto dei loro guai, l’automobile appunto, su cui riversano ogni frustrazione ma anche ambizione sessuale. L’automobile diventa metafora del mondo moderno, simbolo della sua tecnologia con la quale entriamo quasi in simbiosi quotidianamente. E da qui nasce anche la morbosa passione per le morti in auto famose (James Dean, Kennedy, ecc.), tema che Ballard aveva già sviluppato in La mostra delle atrocità (che può considerarsi un prologo e un compendio teorico a Crash), in cui l’autore (soprattutto nelle note, che rendono il libro leggibile, sennò non lo sarebbe) spiega le relazione fra la tecnologia, i media, i personaggi dei media e che fanno parte del nostro immaginario, e quindi come si forma il nostro immaginario.
È un romanzo fantascienza, Crash, anche se non parla di astronavi, alieni, mondi virtuali ma di incidenti d’auto, di amplessi, e delle nostre paure inconsce che vengono esorcizzate nel connubio fra la tecnologia e la materia umana più ancestrale, il sesso, che prelude ad una fusione dell’uomo con la tecnologia. È un romanzo di fantascienza perché il suo autore ha cominciato con la fantascienza ed è da considerarsi il massimo esponente della new wave, che molto ha contribuito a sdoganare la fantascienza (al punto che chi non conosce Ballard e non legge la suddetta postfazione difficilmente interpreterebbe questo romanzo come un romanzo di fantascienza).
Ma il suo essere un romanzo fantascientifico sta proprio nel descrivere una vicenda assolutamente irreale (forse iperreale) in cui l’autore parla della nostra epoca, delle nostre paure, e del modo in cui viviamo il nostro mondo. Ed è un romanzo fantascientifico per quello che si è detto, per il suo proclamare un connubio fra la tecnologia (nello specifico l’automobile, ma il discorso è più generale) con la fisicità dell’uomo, che si realizza in tutta una serie di atti sessuali realizzati in auto, più o meno devianti. E questo aspetto (la fusione, seppur a livello metaforico, dell’uomo con la tecnologia) fa comprendere perché Ballard venga spesso e volentieri citato come uno degli autori a cui il cyberpunk ha guardato di più e lo cita come modello.
È un romanzo pornografico… beh, lo avrete capito il perché. Il romanzo descrive tutta una serie di atti sessuali da un punto di vista meramente meccanico, come una serie di ingranaggi e di liquidi che entrano in contatto: non c’è sentimento, non c’è umanità, è la vita moderna stessa ad essere “pornografica”.
Immaginato da PhilipDick
alle 11:30 /
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# libri, ballard
[domenica, 27 marzo 2005]
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54, dei Wu Ming
(post di ottobre 2004)
Giorni fa avevo postato una recensione su un bel romanzo di Philip Roth, Pastorale Americana, dicendo che è un libro di quelli che vanno letti con calma, poche pagine al giorno, almeno per i miei gusti e ritmi di lettura. Questo sia perché il ritmo del romanzo, molto riflessivo e introspettivo, lo richiede sia perché ci sono libri che alla fine non si può non dire che siano belli ma che non “prendono” al punto da mettersi a leggere ossessivamente.
Ci sono libri invece che leggi in pochi giorni ma che poi alla fine non lasciano niente e, ancora, libri che divori perché fantastici. E proprio un libro fantastico ho letto in questi giorni, in cui ho macinato le oltre 650 pagine in meno di una settimana.
E un libro fantastico e che ho letteralmente divorato è 54 dei Wu Ming, gruppo volutamente anonimo di scrittori (che anonimi lo restano anche nei loro romanzi individuali) che ho cominciato ad amare da questa estate con Q (pubblicato a nome di Luther Blisset), di cui ho avuto già modo di parlare e che poi ho continuato con Havana Glam, di Wu Ming 5.
Dico subito, per non doverci tornare sopra, che Q è senza dubbio un lavoro inarrivabile per forza narrativa e per presa sul lettore ma 54 è anch’esso un libro che vi consiglio di leggere vivamente, e che devo aggiungere alla lunga lista dei miei libri preferiti.
Il romanzo di cui vi parlo si svolge tutto nell’anno 1954, un anno cruciale della nostra storia contemporanea perché molte cose sono accadute e di cui questo romanzo parla direttamente o indirettamente, prendendo la Storia come cornice di una narrazione che però nella Storia (e lo scrivo volutamente con la “S” maiuscola) è immersa, e non potrebbe essere diversamente. E questo anche quando la si inserisce in una vicenda fantascientifica di viaggi nel tempo e di storia alternativa come Havana Glam.
Verso la fine del libro si legge questa frase che riassume molto il progetto Wu Ming: “Guardò oltre il vetro e ancora una volta, come ogni giorno, si sentì parte di un grande ingranaggio. Parte della Storia”. Questo gruppo di scrittori costituisce una “azienda di servizi narrativi” e la definizione è quanto mai calzante, e va letta in positivo. Il lavoro di gruppo mira a raccontare vicende che siano immerse nella Storia, nei fatti realmente accaduti, andando a scomodare personaggi realmente esistiti, perseguendo l’idea base che ogni vicenda non è a sé stante ma ha un contorno che non si può ignorare.
I loro romanzi allora rielaborano, spiegano e rileggono fatti che stanno nei libri di storia ma soprattutto li contestualizzano fornendo sempre un ritratto d’epoca, mostrando come le grandi vicende lascino traccia nelle vite della gente comune e, soprattutto, come le vicende di personaggi insignificanti per la Grande Storia possano però avervi parte anche se rimangono sconosciute ai più.
Una massima che ritroverete sempre applicata nei loro romanzi è che siamo tutti solo figure di sfondo allo scorrere della Storia, di cui comunque tutti facciamo parte.
Storia e fiction si mescolano abilmente, secondo regole e criteri che regolano il lavoro di Wu Ming al fine della narrazione di vicende a volte realistiche, altre assolutamente fantastiche, altre ancora surreali. Sembra quasi di assistere ad una narrazione manzoniana, in cui una sorta di provvidenza presiede alle vicende dei protagonisti, vicende che, come detto, vedono fianco a fianco personaggi fittizi e personaggi realmente esistiti. E il libro è pieno di citazioni e di riferimenti che danno ulteriore piacere alla lettura quando si colgono, e chissà quanti me ne sono persi io.
Il 1954 è l’anno della grande offensiva dell’esercito di Ho Chi Min contro i francesi in Indocina (e gli USA cominciano a ficcarci il naso). È l’anno in cui nasce il KGB. L’anno del ritorno di Trieste all’Italia (si sono festeggiati i 50 anni proprio in questi giorni, e questa vicenda sarà molto importante nel libro). L’anno in cui il maccartismo in America raggiunge il suo culmine e vede la fine. L’anno in cui muore De Gasperi. L’anno in cui nasce la prima centrale atomica sovietica (e si può dire che lì comincia la guerra fredda). L’anno in cui in Italia per la prima volta si discute di un grande caso di cronaca, il caso di Wilma Montesi.
Soprattutto, e non scherzo, è l’anno in cui nasce in Italia la televisione, che sarà uno degli elementi di maggior sviluppo, e in positivo, del nostro paese.
Tutte vicende che i protagonisti del romanzo sfiorano o ci si ritrovano in mezzo senza neanche saperlo. Così ci sono ex-partigiani, chi gestisce un bar, chi è andato a fare la rivoluzione in Jugoslavia, chi è fuori dal partito comunista e si dedica a traffichi illeciti, chi era troppo giovane allora e vorrebbe trovare un senso alla propria vita come il padre e il fratello. C’è il vecchio Lucky Luciano in esilio a Napoli, che gestisce il traffico mondiale della droga. C’è Cary Grant che sono due anni che non fa un film perché depresso a cui viene offerto un incarico particolare; e c’è il suo amico “Hitch” che gli propone di fare un film in Costa Azzurra insieme a Grace Kelly. C’è il generale Serov, direttore del neonato KGB. C’è Josip Broz, alias Tito, che il PCI vede come un fascista perché in rotta con Mosca. E ci sono Pierre, giovane ballerino, re della Filuzzi (che presumo sia un ballo), i clienti del Bar Aurora gestito da lui e da suo fratello Nicola, ex-partigiano; c’è Vittorio, il padre dei due, che sta in Jugoslavia ma non se la passa bene. C’è “Kociss”, guaglione che si ritrova nei guai. E tanti altri personaggi che fanno di questa storia un romanzo corale, dove ognuno ha la sua parte nel grande gioco, pur senza saperlo. E personaggi si aggiungono fino alla fine, quando in Messico incontriamo un certo avvocato cubano che arringa la folla parlando di rivoluzione.
C’è spazio anche per Gulliver, un piccione viaggiatore, e per McGuffin, un televisore americano che passa di mano in mano.
Un gran romanzo, che si legge senza problemi e tutto di un fiato (e secondo me è il modo migliore di leggerlo), immergendosi nelle spire della narrazione, che è un po’ thriller e spy story, un po’ romanzo storico, un po’ romanzo sui sentimenti e sui valori. È il ritratto di un’epoca, in cui troviamo le basi del nostro mondo di oggi.
Immaginato da PhilipDick
alle 11:29 /
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# libri, wu ming
[domenica, 27 marzo 2005]
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Daunbailò, di Jim Jarmusch
Jack: Aaaahhh!
Bob: What are do you doing?
J: This is... “screaming”
B: Scriming... Ai nò scriming
[Bob guarda il suo notes con tutta la sua “conoscenza” dell’inglese]
…
B: Scriming… Aiscrim! Ai scrim, iù scrim, i scrim... for the aiscrim!
Questa è la trascrizione (molto approssimativa) di uno dei surreali dialoghi che avvengono in cella fra Roberto detto Bob perché “is the same” (Roberto Benigni), Jack (John Lurie) e Zack (Tom Waits), i protagonisti di Daunbailò (Down by law nella versione originale) di Jim Jarmusch (regista che adoro: guardatevi Dead Man e Ghost Dog).
Bob è un italiano che si trova in America per imprecisati motivi. Ma sa soltanto un inglese molto maccheronico che sta scritto sul suo taccuino. Jack è un pappone che però non sa fare molto bene il suo lavoro, che neanche picchia le sue ragazze. Zack è un dj radiofonico disoccupato che stato lasciato dalla ragazza. Che cosa li unisce? Niente, semplicemente che si ritrovano in cella nella prigione di New Orleans, Jack e Zack sono innocenti e sono stati incastrati (ma in prigione sono tutti innocenti, no?), Bob è un “bonaccione” ma lui ha davvero ucciso accidentalmente un uomo.
Questi tre personaggi intrecciano allora una amicizia di cella che li porta a tentare la fuga dal carcere alla ricerca della libertà, e ognuno ha la propria libertà da trovare.
È un film che si regge molto sull’interpretazione dei tre, di cui solo Benigni è un attore professionista, visto che Lurie e Waits sono musicisti affermati (e hanno curato il primo le musiche del film, e il secondo le canzoni che più che cantare recita un po’ fra l’ubriaco e lo strafatto…) che è veramente molto bella perché assolutamente poco realistica, ognuno con i propri tic, i propri gesti, il proprio sguardo.
E naturalmente la regia di Jarmusch che è, come sempre, essenziale e senza fronzoli ma bellissima. Jarmusch è uno di quei registi che fanno sempre vedere la propria mano nei loro film, con inquadrature sempre studiate, mai casuali, con un risultato anche estetico sempre molto bello. In particolare sono belli alcuni piani-sequenza con la macchina in movimento e il montaggio interno dell’inquadratura (le posizioni dei personaggi, le scenografie, le luci e tanti piccoli particolari).
Questa regia così essenziale nel senso che c’è tutto quello che deve esserci accompagnata ad una bellissima fotografia in bianco e nero (una delle più belle che abbia mai visto, veramente) aumenta il senso di straniamento di tutto il film, che si svolge a New Orleans e in Louisiana ma potrebbe essere in realtà un posto qualsiasi.
La storia dei tre protagonisti diventa così surreale da essere un sogno ad occhi aperti che si lascia guardare proprio per quello che è. E da un sogno sembrano uscire alcuni dialoghi con Benigni che si esprime un po’ in inglese (molto maccheronico, come sopra) e un po’ in italiano (il film l’ho visto in lingua originale, perché il DVD non aveva la traccia in italiano: meglio così devo dire) e che crea quindi delle situazioni comiche basate sul calembour, come il dialogo che ho riportato sopra.
Questo film del 1986 (che è ri-uscito in versione rimasterizzata un paio di anni fa) è davvero un gioiello che merita di essere visto. A me è piaciuto tantissimo, e nonostante ami già molto i film di Jarmusch mi ha comunque stupito in positivo per la grande qualità cinematografica del film e per il suo raccontare una vicenda che da un certo punto in poi ha poco di reale, ed amo da morire queste storie surreali ed oniriche.
Immaginato da PhilipDick
alle 11:29 /
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# cinema
[domenica, 27 marzo 2005]
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Havana Glam, di Wu Ming 5
(post del 16/9/2004)
Se invece della guerra preventiva si desse vita alla guerra retroattiva? In fondo pensando a quanto succede in questi anni, non è mica una ipotesi così peregrina quella che Wu Ming 5 propone nel suo romando Havana Glam, che sto leggendo in questi giorni. Wu Ming 5 è uno dei componenti dell’ “azienda di servizi narrativi” Wu Ming, e questo è un romanzo scritto solamente a due mani…
Nel 2045 il governo degli Stati Uniti è riuscito ad ottenere la possibilità di viaggiare indietro nel tempo; ed il viaggio nel tempo è, come un secolo prima la Bomba Atomica, l’Arma Finale per assicurare la vittoria definitiva degli Stati Uniti non in una guerra ma… nella Storia.
E questo romanzo è un viaggio nel tempo, appunto, nella nostra vera storia contemporanea ma anche in una storia alternativa che avrebbe potuto essere e non è stata (niente di nuovo, ovvio. Lo stesso Dick con L’uomo nell’alto castello aveva descritto un mondo in cui la seconda guerra mondiale era finita al contrario, con la vittoria dell’Asse). Un viaggio che entra a fondo anche nel nostro immaginario, nella nostra cultura pop (incontriamo Bob Marley e David Bowie, tanto per fare un esempio…) fatta di tante cose, dalla musica alla tv al cinema (attraverso cui gli inviati indietro nel tempo studiano la vita di un secolo prima…); è un viaggio all’interno della politica del nostro mondo contemporaneo, perché ogni romanzo che parla del futuro (e in questo caso del passato e del presente…) parla anche del mondo di oggi.
In seguito ad una guerra nucleare totale (niente di originale, ma la forza di questo libro è che prende elementi ampiamente sviluppati nella letteratura e nel cinema di immaginario e li rielabora) gli Stati Uniti hanno perso il loro ruolo egemone; e l’unico modo di mantenerlo nel presente (del 2045) e nel futuro sarebbe quello di modificare il passato facendo iniziare il piano Totality, per il bombardamento atomico dell’Unione Sovietica. Così «Niente Unione Sovietica, niente guerre di liberazione contro le potenze coloniali. Niente guerre di liberazione, niente Vietnam. Niente Vietnam, niente controcultura. Niente hippie, pantere nere, eccetera, niente 1968 europeo e 1977 italiano. Niente 1977 italiano niente Grande Movimento Popolare. Niente Grande Movimento Popolare, niente Carlo Wilhelm, Guardie d’Assalto e guerra atomica del 2022.» (nello specifico: è la Repubblica Popolare Italiana, di stampo marxista, a provocare la guerra…).
È la filosofia della guerra preventiva estesa anche al passato. E notate che il libro è del 2001, quindi molto probabilmente scritto prima dell’11 settembre e dell’affermazione della dottrina Bush (tra le altre cose è significativo, ed esilarante per chi coglie la citazione, un passaggio in cui parlando del presidente-filosofo del 2045, si dica come in passato ci siano stati presidenti anche più colti «e presidenti che non sapevano indicare la Serbia sulla cartina», nota gaffe in cui cadde G. W. Bush durante la campagna presidenziale del 2000).
Però (e questo è l’interrogativo che rende affascinante il libro), è possibile che un’agente esterno, proveniente da un’altra epoca possa cambiare il corso della Storia? Forse può semplicemente cambiare la storia… Perché un tema tipico delle storie sui viaggi nel tempo è la possibilità di creare un diverso continuum spazio-temporale ma, almeno fin dove sono arrivato io, questo non è possibile, o meglio non si sa se sia possibile. Nasce un nuovo continuum di realtà? E allora avremo tante realtà tutte diverse per ogni viaggiatore nel tempo che manderemo indietro? E se ci sono più realtà con le quali dobbiamo confrontarci, sono tutte egualmente vere?
Oppure più semplicemente già il mandare indietro qualcuno cambia impercettibilmente il continuum per cui quello vissuto nel presente è un continuum diverso da quello che esisteva prima del viaggio indietro nel tempo ma noi non lo sapremo mai perché per noi quello è il nostro continuum (il discorso è contorto ma è il tema stesso ad essere contorto…). E tutti gli altri mondi possibili che fine hanno fatto? Domande queste a cui la metafisica e la fisica (da Einstein in poi) hanno cercato di dare risposta ma non è che sia così facile. Inventiamola la macchina nel tempo (che tra l’altro nel romanzo funziona grazie ai poteri psichici di un empata, un essere simile in qualche modo ai precog di Dick, come in Minority Report) e poi ne riparleremo.
Alla fine la domanda che rimane è quella del titolo: e se George Dabliù avesse la macchina del tempo?
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[domenica, 27 marzo 2005]
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Fahrenheit 9/11, di Micheal Moore
(post del 30/9/2004)
Finalmente anche io sono andato a vedere Fahrenheit 9/11! Era ora. Ma ne è valsa la pena aspettare e riuscire ad andarci comunque col mio amico Dottore (perché già laureato).
Che dire di questo film quando già si è detto tutto? Innanzitutto che è un grandissimo film e non solo nel genere documentaristico (e penso che la Palma d’Oro di Cannes sia stata meritatissima, indipendentemente da tutte le polemiche politiche) e che tutti dovrebbero vedere per capire un po’ di più dell’attuale situazione mondiale.
Certo, il film è fazioso, ma non è una novità conoscendo Micheal Moore. Ed è pure giusto così perché il cinema può svolgere un ruolo importante nel formare le opinioni, e un film politico come questo potrebbe aver aperto gli occhi a qualcuno. Il problema è che essendo il film di parte probabilmente in America chi è pro-Bush neanche è andato a vederlo. Speriamo che l’opera di delegittimazione di Bush da parte di Moore, cominciata due anni fa con il libro Stupid White Man che è stato un successo editoriale anche in Italia, abbia buon esito quando fra poco più di un mese in America ci saranno le nuove elezioni.
Sono entrato a vedere Fahrenheit sapendo già come andava a finire (cioè con il pantano iracheno), speriamo che l’altro film, quello tragi-comico in cui uno stupido figlio di papà texano diventa presidente degli USA, non finisca come è molto probabile. Perché più passa il tempo e più divento pessimista per il futuro del mondo… Speriamo che il popolo americano si svegli!
Ma veniamo al film. Oltre ai contenuti apertamente (per usare un eufemismo) anti-Bush (soprattutto i documenti che dimostrano i rapporti di Georgedabbliù con la famiglia Bin Laden (in particolare Salem Bin Laden), con cui ha intrattenuto rapporti d’affari negli anni ’80 con la società petrolifera Arbusto (ma è una storia ampiamente dibattuta sui giornali di tutto il mondo), o quelli che mostrano la “diserzione” di Bush che durante la guerra del Vietnam si è rifugiato nella guardia nazionale) il film è bello proprio cinematograficamente parlando.
Il film inizia con un prologo in cui si racconta la vicenda delle presidenziali del 2000 quando in Florida successe di tutto alle urne, roba da paese del terzo mondo e da mandarci gli ispettori internazionali a vigilare sull’esito delle elezioni di quest’anno. Ma la storia è nota: la cosa più scandalosa è il fatto che di fronte alle interpellanze al Congresso di deputati afro-americani per protestare contro la cancellazione dalle liste elettorali di 16.000 afro-americani (che difficilmente avrebbero votato per Bush) nessun senatore abbia controfirmato la richiesta di indagine, neanche democratico (a quanto ho capito il regolamento prevede la firma di membri del Congresso e del Senato per cose del genere). Da lì è cominciato tutto, da elezioni in cui Bush ha preso meno voti del suo avversario, anche in Florida, ma in cui la Corte Suprema per porre fine alla storia ne ha decretato la vittoria.
Una sequenza significativa è quella in cui la mattina dell’11 settembre Georgedabbliù è in una scuola della Florida a leggere favole ai bambini e non muove un ciglio di fronte alla notizia di quello che è accaduto a New York. Passano 7 minuti prima che qualcuno lo prenda di peso e lo costringa a rendersi conto che è accaduto qualcosa di storico. Come si chiede Moore, cosa pensava in quei sette minuti in cui GWB ha mostrato tutto il suo essere un idiota?
Probabilmente alle informative dei servizi segreti che non ha letto perché dal titolo troppo vago (tipo “Bin Laden progetta di attaccare gli Stati Uniti”), o forse al fatto che lui era in affari con la famiglia Bin Laden; o ancora che tutto l’esecutivo americano aveva le mani in pasta in tante aziende belliche americane (e in una pure i Bin Laden!) che era giunto il momento di far lavorare per attaccare Saddam, o a come far scappare dal paese oltre cento sauditi mentre i voli erano tutti bloccati, fra cui anche 24 membri della famiglia Bin Laden…
Sono tutte cose di cui si è ampiamente parlato e nessuna di queste storie è nuova. Ma nuovo è il contesto in cui Micheal Moore ce le ricorda. Perché costruisce un impianto perfettamente legato e anche chi non vuole vedere non può certo tapparsi gli occhi. Il film sarà fazioso ma certi fatti sono veri e comprovati, niente da dire. Ma nonostante questo gli americani probabilmente rivoteranno per Georgedabbliù.
La prima parte del film ha toni anche esilaranti. La seconda invece è completamente diversa. A chiunque voglia accusare di anti-americanismo lo stesso Moore, il regista mostra la vita dei soldati, ragazzi come noi che di quello che fanno ne sanno veramente poco ma che inorridiscono come noi di fronte alla guerra e alla morte; ragazzi che per la stragrande maggioranza entrano nell’esercito perché non hanno altra prospettiva per uscire dai ghetti neri o comunque dalla povertà, magari per mettere su qualche soldo per andare all’Università. E questa parte del film raggiunge toni veramente drammatici, da lasciarci qualche lacrimuccia.
Infine vi segnalo di guardare molto attentamente la sequenza dedicata al disastro dell’11 settembre: le Torri non ci vengono mostrate, schermo buio e solo sonoro, e poi le immagini dei testimoni e dei superstiti, ma non si vedono mai le Torri e tanto meno Ground Zero: e ne esce una sequenza in cui la forza emotiva di quell’evento esce fuori ancora più che nelle usurate immagini tv che abbiamo visto e rivisto centinaia di volte. Anche qui sta la bravura di Micheal Moore.
Fahrenheit (per chi non lo sapesse il titolo è preso da Fahrenheit 451, il libro di Ray Bradbury poi diventato film con Truffaut, che narra di come il potere cerchi di manipolare il popolo alterando la verità storica) è un film che lascia un dubbio. A parte la gran capacità di Micheal Moore e la scarsa attitudine del cinema italiano al documentario, un film così in Italia sarebbe stato possibile? Sarebbe stato possibile in Italia accedere a documenti riservati, utilizzare immagini che ritraggono il presidente, ottenere le liberatorie dai parlamentari intervistati, ecc. ecc., e soprattutto non ci sarebbe stata subito qualche body-guard pronta a rompere la telecamera?
Immaginato da PhilipDick
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[domenica, 27 marzo 2005]
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Q, di Luther Blisset
(post del 23/8/2004)
Nei miei giorni abruzzesi ho avuto modo di leggere, finalmente direi, Q di Luther Blisset, lo pseudonimo dietro cui si nasconde un gruppo di giovani scrittori che hanno negli ultimi anni assunto il nuovo nome di Wu Ming.
Spesso si sente tanto parlare di un libro ma non lo si legge mai perché si ha qualche dubbio, ma quando sempre più persone te ne parlano allora la curiosità ti assale e ti viene voglia di leggerlo. E così ho deciso di affrontare in questo mese di agosto questo libro di 600 pagine abbondanti con tutta l’intenzione di vedere cosa avrei trovato.
E devo dire che poche altre letture sono state così azzeccate. Q è una vera miniera di temi e vicende che si intrecciano tutte con le vicende storiche della prima metà del ‘500 fra Riforma e Controriforma. E sicuramente questo avvincente libro entra di corsa fra le mie letture preferite.
Q è un romanzo storico, che a partire dalle Tesi di Martin Lutero racconta le vicende di quello che all’inizio è un giovane studente di teologia, che abbraccia l’”eresia” anabattista e di Q, spia delle alte corti del Vaticano nelle fila dell’eresia. E si mescolano perfettamente personaggi reali come il fondatore dell’anabattismo Thomas Muntzer, che il nostro protagonista segue all’inizio, o altri predicatori e personaggi coinvolti nella presa della città di Munster nel 1534 da parte degli anabattisti stessi. E poi cardinali e papi come Giovanni Maria Dal Monte o Giovanni Pietro Carafa. E personaggi realmente esistiti e frutto della fantasia si mescolano. Ma non è solo un romanzo storico: si fondono avventura, giallo, azione, politica e cultura, fino allo scioglimento di tutto il mistero, dettato da un “piano” che il lettore colto (fra cui non rientro…) potrebbe comprendere in base alle sue conoscenze storiche di quel periodo e quello sveglio può capire invece usando il cervello e ricomponendo tutti i pezzi del puzzle man mano che ci vengono mostrati.
Il protagonista del romanzo è un personaggio dai mille volti, che cambia sempre nome (e il suo nome vero non lo sapremo mai) e ruolo sociale perché sempre in fuga, ma portando dentro di se il fuoco di un ideale che non è solo religioso, ma soprattutto di riscatto sociale per i poveri e i deboli: la religione che sta al centro di questo romanzo è la grande ideologia che sempre è servita a guidare le masse, per asservirle solitamente ma anche per promettergli riscatto sociale, come nelle vicende narrate in questo libro. Allora abbiamo a che fare con un teologo, con un rivoluzionario, con un soldato, con un commerciante truffaldino, con un tenutario di bordello, ma sempre dello stesso personaggio stiamo parlando, in perenne lotta contro la spia che ha fatto catturare e uccidere il suo primo “maestro”, e molti di quelli che con lui avevano creduto di poter creare il paradiso in terra.
Q è l’avversario di sempre, che trama per conto del suo padrone e che incrocerà dall’inizio alla fine del romanzo il nostro uomo dai mille volti, ora per caso, ora volontariamente, nel suo peregrinare fra Germania, Olanda, Svizzera e Italia.
Come detto in questo romanzo si mescolano alla fine generi diversi, su un impianto che dosa perfettamente ogni elemento, al fine di catturare il lettore nella sua rete, proprio come le trame della spia Q. E si è avvinti (a me è successo) all’interno di una narrazione che attraversa oltre trent’anni di storia vera, fra intrighi politici, dispute teologiche, rivoluzioni mancate, riforme sociali. Di tante cose si parla in questo romanzo: della guerre fra i sovrani europei per la supremazia sul continente, del ruolo della religione intesa come istituzione politica e ideologica in quel periodo ma che si riflette fino a tempi recenti, della nascita delle banche e del capitalismo moderno, delle vicende della martoriata Italia, divisa fra mille ducati e principati e terra di conquista per gli stati europei; e poi di arte e letteratura, di usi e costumi che si tramandano ancora oggi, di antisemitismo e di Santa Inquisizione: insomma chi più ne ha, più ne metta.
Ma è un romanzo dove si ha spazio per parlare anche di sentimenti e di grandi ideali. Probabilmente questo è frutto della scrittura a tante mani che ha partorito questo libro, ogni autore mettendoci del proprio nel costruire un castello veramente bello e arioso, in cui il lettore può entrare e lasciarsi andare al piacere della lettura.
L’effetto di questo libro è stato quello di immergermi subito dentro le pagine, di divorarlo, per il piacere di scoprirne la complessità di temi e situazioni, ma poi, come sempre mi succede quando leggo un libro che mi piace così tanto, rallento nella lettura per non far finire troppo presto questo piacere, comincio a centellinarlo, assaporandone ogni sfumatura. Fino ad avvicinarmi alla conclusione, ed accelerare di nuovo per vederne la conclusione.
Se lo leggerete penso che proverete questa stessa sensazione, perché questa variazione di ritmo è insita nel racconto stesso, vuoi per la varietà di vicende e temi, vuoi perché scritto da più autori.
Spero che questa recensione non vi abbia annoiato e costituisca un invito per chi non lo ha ancora fatto a leggere Q.
Immaginato da PhilipDick
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[venerdì, 25 marzo 2005]
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dialogo sulla costituzione
Su un lontano pianeta, nell’angolo più remoto dell’universo, nella galassia più distante dal nostro pianeta alcuni mostri a quattro braccia molto saggi stavano discutendo di politica. Alcuni frammenti di questo dialogo sono arrivati fino a noi.
- Dobbiamo cambiare la costituzione. Il capo vuole che sia fatto in fretta
- Ma non lo abbiamo appena fatto?
- Sì, ma sai che fra un anno ci sono ancora le elezioni, bisogna far vedere di aver fatto qualcosa di nuovo. Bisogna essere aggiornati, sempre alla moda, come il nostro premier. E anche la costituzione deve esserlo, sennò gli alleati degli altri pianeti che diranno?
- Ok, ma che c’è rimasto da cambiare?
- Vediamo… il Presidente del Pianeta non conta più niente, visto che gli abbiamo tolto pure il potere di sciogliere le camere. Finalmente potrà assolvere al suo compito primario: tagliare i nastri alle cerimonie ufficiali. Quanto ai poteri del premier, beh, abbiamo inventato una parola che non esiste, premierato, per dire che può fare quello che gli pare. E poi abbiamo fatto la devolution che volevano quelli della Lega del Pianeta Nord. Che poi non cambia un cazzo, ma con la storia del senato federale li abbiamo fatti contenti.
- Il capo dice che è ancora troppo comunista ‘sta costituzione. Tipo quella cosa che il Pianeta è fondato sul lavoro. È roba troppo da comunisti.
- Hai ragione, e poi lo sanno tutti che ormai non lavoro più nessuno. Tutti precari. Direi di fondarlo sulle olo-visioni, ′sto pianeta
- No, lo sai che poi quei comunisti ritirano fuori la storia del conflitto di interessi. Senti e se non lo fondiamo proprio? Che ne dici? Così ce lo rigiriamo come ci pare.
- Mi pare una bella idea. Poi c’è pure quella storia delle elezioni. Troppo comuniste, dice il capo. Ma che storia è che qualcun altro può governare al posto suo se qualche scemo si sbaglia a votare?
- È vero togliamole. Tanto che cazzo lo vota a fare la gente il parlamento se ha sempre meno poteri? Certo che l’abbiamo pensata proprio bella: dare al primo ministro il potere di sciogliere le camere. Altro che sfiducia costruttiva. Sai dove se la devono mettere la sfiducia costruttiva quei comunisti?
- Ah, ah, ah.
- Senti lasciamo perdere va. Che tanto qualche stronzata qualcuno la tira fuori da qui fino alle prossime elezioni. Andiamo a bere qualcosa. Lo sai che da ubriachi prendiamo le decisioni migliori, no?
Immaginato da PhilipDick
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# racconti, fatti e opinioni
[venerdì, 25 marzo 2005]
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Quando voglio postare ma non so che scrivere
Lo sapevate che in Russia fanno la cioccolata? Me l’ha riportata ieri sera mia sorella oltre alle matrioske di rito, che non possono mai mancare se si va in Russia, no? Alla domanda com’era San Pietroburgo mia sorella ha risposto che c’era tanta neve, il Mar Baltico era ghiacciato e la Neva altrettanto, faceva freddo e che la città è bella e il museo dell’Hermitage ancora di più però non ci tornerebbe (se non con una guida) perché per ovvi motivi non riesce nemmeno a capire il nome delle strade.
Torniamo alla cioccolata russa. È buona, non c’è che dire. Una tavoletta era alla vodka (a che sennò?), le altre non lo so come sono, lo scoprirò quando le assaggerò. Sapete le etichette scritte in russo non sono il mio forte.
Oltre alla cioccolata che novità posso raccontarvi? Intanto diciamo che le scadenze che tempo fa avevo fissato come mia data di scadenza (qualcuno ricorderà) si sono allungate, quindi ho ancora un po’ di tempo prima di andare a male… Ci sono pure buone probabilità che io non scada, perché, insomma, quella cosa che dovevo fare (chi mi rinfresca la memoria?) è a buon punto, è quasi ultimata, anche se come al solito tendo a perdere tempo, per esempio scrivendo quattro scemenze su questo blog quando potrei scrivere ben altro. Però confido di farcela, e come va, va. Anche perché non sono molto fiducioso: non mi sembra un buon lavoro, non so, mi lascia insoddisfatto. Però alcuni miei colleghi pare che la pensino come me per i loro rispettivi lavori. Alla fine tanto nessuno leggerà quella roba, ne sono sicuro: mi faccio solo un sacco di pippe mentali.
Altro? Mah, potrei dirvi che non sto al 100% in salute. Ho cominciato una settimana fa con un po’ di raffreddore, sapete, il cambio di stagione… Poi tosse, mal di gola e, visto che non mi faccio mancare niente e soffro un po’ di asma, faccio un po’ fatica a respirare e quindi sto facendo il solito aerosol. Insomma sono uno straccio, ve lo avevo detto che ero invecchiato!
In questi giorni poi sto maturando una sorta di dipendenza da svariate sostanze stupefacenti: il cioccolato di cui ho detto (anche senza le tavolette russe), il caffè, che bevo sempre di più anche quando non studio e quindi non me ne fregherebbe niente di stare vigile e attento, la liquirizia che alzare la pressione, e col caffè potrebbe essere un cocktail micidiale, e l’orzo, purtroppo in formato solubile in mancanza di quello della mia macchinetta preferita: l’unico motivo per il quale mi vedo con un mio amico (ancora sto cercando di capire quali proprietà abbia il caffè d’orzo, oltre ad essere un surrogato del caffè: però non ne riesco più a fare a meno).
Qualcuno sa dirmi come si fa a uscire da questo tunnel?
Immaginato da PhilipDick
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# diario e pensieri vari